#2 La tomba di Leonardo – Claudia Re

«Nessuna cosa è da temere più che la sozza fama, affermava Leonardo, e guarda che destino gli è capitato: per via dei romanzetti pseudo-esoterici che vanno tanto di moda ultimamente è tacciato di esser stato eretico, blasfemo e fuorilegge, quando non fu nulla di tutto ciò. Anche la fantasia che fosse omosessuale è del tutto infondata!» dissi, mentre tiravo fuori i miei appunti dallo zaino. Mio cugino Benedetto, archeologo, mi guardò vagamente indignato:
«Mia cara Francesca, mi pare che tu abbia letto molti di questi romanzetti!»
«Devo confessare che mi divertono. Ma io da storico dell’arte, a differenza del lettore medio, so dov’è la verità. Uno scrittore, in un suo romanzo – e sottolineo questa parola – può scrivere ciò che vuole, esso è un’opera in gran parte di fantasia. La cosa grave, tuttavia, è che un lettore lo scambi per una verità assoluta, senza verificarne le affermazioni. Comunque» dissi, sorridendo «Non siamo qui per discutere di questo.»
Infatti ci trovavamo su un treno diretto in Francia per ben altro: effettuare ricerche sulla perduta tomba di Leonardo per pubblicare un articolo. Eravamo giovani, ma abbastanza preparati da voler cogliere quella sensazionale opportunità: io avrei curato la parte storico artistica, lui quella archeologica.
Per prima cosa studiammo il testamento del maestro.
Il 23 aprile 1519 Leonardo, ospite da tre anni del re di Francia Francesco I, che gli aveva assegnato la residenza di Clos Lucè, dettò le sue ultime volontà affidandole al notaio Guillame Boreau: dopo aver raccomandato l’anima a “Nostro Signore Messer Domine Dio, alla gloriosa Virgine Maria, a Monsignore Sancto Michele, e a tutti li beati Angeli e Santi e Sante del Paradiso”, espresse chiara volontà di esser sepolto nella chiesa di Saint Florentin ad Amboise, a cura dei religiosi di quella chiesa e di quella di San Dioniso, e che fossero celebrate tre grandi messe e ulteriori trenta in un secondo momento a suffragio. Non dimenticò, inoltre, di lasciare donazioni in denaro per le chiese citate e volle che il suo feretro fosse accompagnato da sessanta torce portate da altrettanti poveri, debitamente ricompensati.
Pochi giorni dopo la dettatura, il 2 maggio, Leonardo morì e fu momentaneamente tumulato in prossimità del coro di Saint Florentin. Il 12 agosto la salma fu spostata nella sede definitiva, nel chiostro, dove nel frattempo pare fosse stato eretto un consono sepolcro.
«Nella seconda metà del Settecento De Pagave fu il primo a cercare di ritrovare la tomba di Leonardo ad Amboise, con l’unico risultato di accertare che la chiesa era stata devastata e le tombe presenti violate nella seconda metà del Cinquecento, durante le guerre degli Ugonotti. La tomba di Leonardo risulta definitivamente distrutta nel 1808. Le ossa del maestro, sparpagliate, divennero oggetto di svago per bambini, fino a che il giardiniere Goujon le recuperò per seppellirle nel luogo in cui si trovava un tempo il coro di Saint Florentin, più tardi ricoperto da fitta vegetazione.» dissi.
«E poi?» fece Benedetto.
«Dunque, nel 1863 fu istituita una Commissione imperiale per ritrovare i resti di Leonardo. Il ritrovamento in un campo, nel mese di agosto, di una tomba con lo scheletro intatto di una persona di alta statura accese l’immaginazione di Houssaye, Ispettore generale delle Belle Arti e capo della spedizione che, improvvisatosi frenologo, credette di riconoscere nel cranio la fisionomia di Leonardo, nota dal celebre autoritratto di Torino. A rafforzare la suggestione, comunque, ci fu il rinvenimento, nei pressi della cassa, di alcuni frammenti di lapide con le lettere LEO, AR, DVS, VINC. Sul mensile “L’Artiste” apparve un singolare disegno della cassa, del suo contenuto e dei frammenti marmorei, mentre le ossa furono inumate, insieme ad altri scheletri, nella cappella di Saint Hubert presso il castello di Amboise, la nostra meta.»
«Ce l’hai questo disegno? Potremmo metterlo nel nostro articolo.»
Io accesi il mio pc portatile e infilai lo spinotto nella presa accanto al finestrino.
«Sì, è riprodotto in diversi libri, adesso te lo faccio vedere, l’ho scannerizzato. Pensa che ci fu un momento in cui il teschio si perse, perché Napoleone III aveva preteso di vederlo, e solo nel 1874 tornò al suo posto, per puro caso: un tizio trovò una scatola dimenticata con la scritta “Leonardo da Vinci”, contenente il teschio. Si fece una ricognizione della tomba e si scoprì che ci si era dimenticati di rimettere il teschio con il resto del corpo!»
«Ma il morto è davvero Leonardo?» fece Benedetto, sconcertato.
«Questo non si sa, così come non è chiaro che fine fecero i frammenti in pietra.»
Dopo una pausa, mio cugino osservò:
«Non poteva tornare a Firenze, ma l’amò fino all’ultimo: scelse la chiesa di Saint Florentin.»
«Se è per questo, sin dall’ottobre 1515, faceva parte della Confraternita di San Giovanni dei Fiorentini, la chiesa che, voluta da Leone X, era il ritrovo della comunità fiorentina a Roma.» dissi, mentre cliccavo sulla foto che mi aveva chiesto, per ingrandirla.
«Davvero? Leonardo faceva parte di una confraternita cattolica?» fece Benedetto alquanto meravigliato. Io sorrisi, divertita dal suo evidente stupore:
«Esatto, perché ti sorprende tanto? Ah, già, i romanzetti! Nell’Archivio di San Giovanni dei Fiorentini è conservato il documento d’ammissione. Come confratello Leonardo era tenuto a seguire le regole e i riti del gruppo; in cambio gli si garantivano diverse cose fra cui, in caso di morte, un degno funerale e, nel caso fosse stato sposato, una pensione per la vedova. A quel tempo Leonardo era ospite di Giuliano de’ Medici, fratello di Leone X, e dai documenti risulta che la sua salute fosse già compromessa. Si può dunque ragionevolmente supporre che Leonardo abbia pensato che sarebbe rimasto a Roma per il resto dei suoi anni e che avrebbe potuto farsi seppellire in San Giovanni dei Fiorentini. Come sai, la morte improvvisa e prematura di Giuliano lo ha costretto, rimasto ormai senza denaro, ad accettare l’offerta di Francesco I di trasferirsi in Francia, dove è poi morto.»
«Un vero peccato.» commentò Benedetto. Girai il computer per mostrargli la scansione del disegno tratto dal mensile ottocentesco. La osservò per un po’, rimuginando. Nello spostare il pc, la penna che avevo poggiato sul tavolinetto del treno rotolò a terra, finendo nel corridoio tra le due file di sedili. Mi chinai per raccoglierla, ma fui preceduta da un ragazzo sulla trentina, dai vaporosi capelli biondo cenere e gli occhi chiari: la sua bellezza era tale che per un momento rimasi senza parole. Lo ringraziai balbettando e lui si limitò a rivolgermi un sorriso gentile.
Giunti ad Amboise, io e mio cugino ci recammo al castello, nella cappella dove è visibile un medaglione bronzeo con l’effige di Leonardo sormontante una lastra marmorea la cui iscrizione informa il visitatore che, fra quelle ossa, si presume ci siano quelle del genio di Vinci.
«E’ vera la storia che Leonardo è morto tra le braccia di Francesco I?» domandò Benedetto.
«No, in realtà fu Francesco Melzi, l’allievo di Leonardo, a dare la notizia al re, che in quel momento non si trovava nemmeno ad Amboise.»
«Allora come è nata la leggenda?»
«Questo è l’oggetto del nostro studio.»
Dopo aver scattato alcune foto ci recammo nella maggiore biblioteca del posto. Con una certa sorpresa riconobbi il ragazzo del treno seduto ad uno dei tavoli, intento a consultare un libro che, dalla fugace occhiata che vi gettai passando, riproduceva la Scuola di Atene di Raffaello. C’erano due riquadri ingranditi a mostrare i ritratti di Leonardo (messo lì a interpretare Platone) e di Michelangelo, seduto imbronciato sulle scale. Forse il passeggero del nostro stesso treno era uno studioso di arte rinascimentale; in effetti aveva l’aria dell’intellettuale, ma anche un non so che di ribelle: non mi sarei stupita se avesse detto di essere un artista. Parve non accorgersi di noi, ma non so dire se alzò la testa: gli sfrecciammo di lato talmente velocemente che, probabilmente, non ci fece affatto caso.
Benedetto prese, dallo scaffale indicatoci, tutti i testi relativi agli scavi archeologici fatti nella zona nel periodo che ci interessava. Io accesi il computer e, aperta la cartella relativa, gli mostrai in scansione una pagina della prima edizione delle Vite di Giorgio Vasari, del 1550. In essa, riguardo la tomba di Leonardo, compare un epitaffio poi omesso nella versione del 1568, la più nota.

LEONARDVS VINCIVS. QVID PLVRA?
DIVINVM INGENIVM, DIVINA MANVS,
EMORI IN SINV REGIO MERVERE.
VIRTVS ET FORTVNA
HOC MONVMENTVM CONTRINGERE
GRAVISS. IMPENSIS
CVRAVERVNT.

e, a seguire, dei versi in minuscolo corsivo:

Et gentem et patriam noscis; tibi gloria et ingens
nota est : hac tegitur nam Leonardus humo.
Perspicuas picturae umbras oleoque colores
illius ante alios docta manus posuit.
Imprimere ille hominum, divum quoque corpora in aere
et pictis animam fingere novit equis.

che mio cugino, molto più ferrato di me in latino, ebbe la bontà di tradurre.
«Quelli in corsivo sono tre distici elegiaci. Metro tipico della poesia elegiaco-sepolcrale, ma non è detto che siano serviti per una vera incisione su lapide.» concluse Benedetto.
«I primi versi spiegano invece la leggenda sulla morte di Leonardo tra le braccia di Francesco I e l’ipotesi che in Saint Florentin sia stato eretto un grande monumento in suo onore. Chi ha composto i versi, comunque, sembra avere una conoscenza diretta delle opere di Leonardo. La cosa che stupisce, però, è che nessuna altra biografia del maestro cita l’epitaffio riportato da Vasari, a parte l’Histoire de Lèonard de Vinci di Arsène Houssaye, del 1869.» replicai. Il testo era presente in biblioteca, e giaceva aperto davanti a noi. L’autore si domandava se era un italiano ad aver scritto i versi poiché in Francia, a quel tempo, si componevano in francese e non in latino; ed esprimeva inoltre perplessità sul fatto che un’iscrizione simile potesse aver trovato davvero posto in Saint Florentin, nonostante lui stesso avesse trovato i presunti frammenti componenti la parola LEONARDVS.
«Chi ha dato a Vasari queste notizie?» chiese Benedetto prendendo appunti.
«Mistero. Comunque nel 1952, in occasione del quinto centenario della nascita di Leonardo, si tentò di dare una risposta scientifica sulle ossa di Amboise, ma non se ne fece più nulla. In realtà, per sapere se Leonardo è davvero sepolto qui, bisognerebbe fare il confronto del DNA coi suoi parenti nei sepolcri di famiglia a Firenze e a Vinci.»
«Già. Temo che nel nostro articolo dovremo limitarci a fare un semplice riassunto della situazione. Certo poter avere accesso al contenuto del monumento o scattargli una foto sarebbe tutto un altro paio di maniche…»
«Se, figurati se i francesi danno a noi, italiani, un simile permesso!» risi io. «Il massimo che possiamo fare è mettere nel nostro articolo bibliografia e foto relative ai fatti e alla leggenda. Per esempio, potremmo includere il quadro di Ingres Morte di Leonardo, nel quale si vede Francesco I al capezzale di Leonardo, specificando che è un capriccio fantastico.»
«Ma… Melzi non ha lasciato scritto nulla sul funerale o sulla tomba?»
«Per quanto è noto, no. Alla sua morte Leonardo lasciò a Melzi tutti i suoi quaderni e materiali artistici. Egli, tornato in Italia, li conservò con amore tutta la vita e solo alla sua morte, nel 1570, i figli iniziarono la dispersione. Calcola che i codici oggi noti sono circa il 30% di ciò che Leonardo scrisse.»
«Il 30%?» domandò sorpreso Benedetto. Io annuii:
«Già. Leonardo iniziò a scrivere i suoi quaderni nel 1482, all’indomani della sua partenza per Milano, ed aveva allora trent’anni. E’ morto a 67, dunque, in chissà quante polverose biblioteche o soffitte giacciono suoi taccuini sconosciuti agli studiosi. Tornando a Melzi, non risultano sue carte nelle quali parla di un’eventuale monumento a Leonardo.»
«E i quadri? Li ha regalati davvero a Francesco I?» Benedetto, anche se la sua professione non lo farebbe credere, era fra quelli che alla finale dei mondiali di calcio Italia-Francia del 2006 gridava “Aridatece ‘a Gioconda!”.
«No, i quadri li ereditò l’altro allievo, Gian Giacomo Caprotti, meglio noto come Salaì.»
«L’amante?»
«Non era il suo amante, ma l’allievo adottato quando aveva 10 anni.» puntualizzai. «Salaì ereditò i quadri e un terreno a Milano. Nel gennaio 1524 morì ucciso, pare da un soldato francese, senza testamento. Un anno dopo la sua vedova, Bianca Coldiroli, litigò con le sorelle del marito. Grazie a questa diatriba viene redatto un inventario dei beni di Salaì, tra i quali si elencano alcuni dipinti di Leonardo, fra cui anche Monna Lisa (con la dicitura “Joconda”) e altri, alcuni noti, altri dispersi. Si pensa siano gli autografi, e non delle copie, perché la stima di ciascuno è piuttosto alta. Comunque, già nel 1550 Vasari cita la Gioconda nelle collezioni reali a Fontainebleau, perciò deve esser stata venduta quasi subito. Come vedi, il ritratto di Lisa Gherardini moglie di Francesco Del Giocondo è in Francia del tutto legalmente.»
Dopo un intero pomeriggio al lavoro avevamo imbastito il nostro articolo, mancavano da sistemare l’impaginazione e le fotografie. Con nostra grande sorpresa, le foto scattate alla presunta tomba di Leonardo non risultavano in memoria della macchina digitale. Benedetto si convinse di averle involontariamente cancellate, poiché non conosceva bene i tasti della macchina fotografica, che aveva comprato la settimana prima. Decidemmo di tornare al castello l’indomani mattina. Nell’andar via spiai il tavolo dov’era seduto il ragazzo del treno, ma appurai che era vuoto.
«Cosa guardi?»
«Niente, ero curiosa di vedere se c’era ancora il ragazzo che era nel nostro vagone, quello che mi ha raccolto la penna. Prima, quando siamo entrati, era seduto lì.»
«Io non ho visto nessuno.»

Nell’ampio corridoio che ospitava il monumento a Leonardo quella mattina c’erano numerosi drappelli di turisti. Scattai personalmente, stavolta, le foto, mentre Benedetto si godeva il panorama affacciato ad uno dei grandi finestroni aperti.
Mi soffermai a pensare fra me e me se davvero quella lastra custodiva i resti mortali di Leonardo, quando udii una voce alle mie spalle dire:
«Non si volge chi a stella è fisso.»
Mi voltai e mi ritrovai davanti il ragazzo del treno. Dunque parlava, e non solo era italiano, ma il suo accento era chiaramente toscano.
«Prego?» dissi, poiché la composizione della frase mi sembrò tanto arcaica che sul momento non ne compresi il senso. Una comitiva di giapponesi passò fra noi come l’onda in piena di un fiume, e contemporaneamente udii mio cugino chiamarmi:
«France’, vieni a vedere… » Volevo dirgli – anzi, gridargli – di aspettare un attimo, perché, appena passati i turisti, avevo intenzione di rispondere al ragazzo del treno e presentarmi ma, con mia enorme sorpresa, defluito il gruppo, lui non c’era più. Benedetto mi raggiunse:
«Si vede un bellissimo… Ma che c’è?»
«Era qui! Mi ha rivolto la parola, ma adesso è sparito!»
«Ma chi?»
«Quello del treno!»
«Ah, ma allora sei innamorata!»
Stavo per replicare, quando scorsi il ragazzo in fondo al corridoio, fra altri visitatori.
«Eccolo!» Gli feci cenno per farmi notare ma lui, forse, scambiò il mio gesto per un semplice saluto: agitò la mano come avevo fatto io poco prima e si eclissò dietro la porta d’uscita. Invitai mio cugino a corrergli dietro ma, quando imboccammo il corridoio, il ragazzo non c’era più: l’avevamo perso.
Quella sera, terminato il nostro week-end di studio, avevamo il treno di ritorno per Roma. Per ammazzare la noia del viaggio decidemmo di terminare l’articolo direttamente in treno, al pc, per poi dargli un’ultima occhiata una volta tornati a casa. Fra le scansioni che avevo in mente di utilizzare c’era il noto autoritratto di Leonardo custodito a Torino, in cui il maestro compare abbastanza anziano, con la fluente barba e la fronte un po’ stempiata. Quando ero salita sul treno i miei occhi avevano vagato nella ricerca, del tutto irrazionale, del misterioso ragazzo che mi aveva tanto colpito. Ripensando a lui, seduta davanti all’immagine di Torino, qualcosa scattò nella mia memoria. Sobbalzai.
«Che c’è?» domandò Benedetto, temendo avessi dimenticato qualcosa in albergo.
«Dammi l’internet key.» ordinai. In breve mi collegai ad internet e feci una veloce ricerca fra i ritratti noti di Leonardo. Ero talmente immersa nella febbrile ricerca di un dettaglio che ricordavo, che Benedetto si incuriosì:
«Si può sapere che stai cercando?»
«Aspetta un attimo…»
Esistono diversi presunti ritratti e autoritratti di Leonardo, anche se la maggior parte di essi lo ritrae già anziano e canuto. Ma ce ne sono almeno tre che, secondo una parte della critica, lo ritraggono giovane: il David del Verrocchio, custodito al Bargello; la figura di S. Michele nel dipinto Tobia e gli arcangeli di Francesco Botticini, allievo di Verrocchio; e il giovane all’estrema destra dell’incompiuta Adorazione dei Magi di Leonardo stesso, dunque, in quest’ultimo caso, un autoritratto. Quest’opera, iniziata nel 1481-2, quando cioè il maestro era più o meno trentenne, era quella che cercavo. Custodita agli Uffizi, essa è una delle opere più ammirate di Leonardo, sebbene lasciata a metà. Non fu difficile trovare in internet una foto. Ne selezionai una dalla risoluzione abbastanza alta, per poter ingrandire il particolare che mi interessava. Dopodiché girai lo schermo verso Benedetto:

«Guarda. Cosa ne pensi?»
Mio cugino, sebbene faccia un lavoro ammantato di romanticismo come l’archeologo, è un tipo piuttosto pragmatico, molto meno incline di me alla fantasia. Ma evidentemente, nel vedere l’immagine che gli mostrai, dovette pensare quello che avevo pensato io sovvenendomi del dettaglio poiché sobbalzò:
«Cavoli, sembra…»
«Non sembra, lo è.»
«Impossibile. Chi è questo?»
«E’ Leonardo, quando aveva trent’anni.» Gli spiegai brevemente la storia del dipinto. «Non posso aver avuto un’allucinazione, l’hai visto anche tu quel ragazzo! Si somigliano o no?»
«Sono identici.» ammise Benedetto. Poi scherzò: «Il “fantasma” ti ha parlato?»
«Sì, mi ha detto qualcosa circa una stella fissa, non ho capito bene. Parlava in un modo strano… antico, direi.» Mi concentrai per ricordare le esatte parole che aveva pronunciato, e scarabocchiai diversi tentativi su un foglio. Infine decisi di cercare in internet quella che mi sembrava la ricostruzione più fedele della frase. Sbigottii quando lessi il risultato fornito dal motore di ricerca:
«E’ una frase di Leonardo!» esclamai, ripetendola a mio cugino.
«E che diavolo significa?» domandò lui con un punto interrogativo sulla faccia.
«Sembra un invito a guardarsi intorno; a non accontentarsi, nel dubbio, di una soluzione comoda. Quando quel ragazzo – chiunque fosse – mi ha rivolto la parola, mi stavo proprio chiedendo se dietro la lastra che avevo davanti ci fossero davvero le spoglie di Leonardo.»
«Beh, già che c’era, poteva risponderti in maniera meno criptica! Anzi, se ti diceva direttamente dove sta sepolto, era meglio ancora!»
Non sapevamo come interpretare quell’esperienza: forse era stata semplice suggestione, o forse no. Resterà un mistero, come quello sulla vera o presunta tomba di Leonardo. Ma, una volta rientrati a Roma, decidemmo che il nostro articolo si sarebbe concluso proprio con quella citazione.

FINE

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