Sento la neve cadere – Domenico Infante. Scrittura & Scritture

trama

Nel microcosmo di una provincia si muovono le vicende di Salvatore Salvati, di due bambini che crescono insieme, dell’amicizia inossidabile tra Gaspare, Esilio e Peppina. In quel morso di cielo vivono anche la famiglia Diotallevi, un vecchio centenario, un barone e sua nipote Giulia. Qualcosa travolgerà quel confine abbattuto solo per decreto, dove tutti conoscono tutti. Una rivelazione, arrivata da molto lontano, porterà un vento folle, finora distante, che ne sconvolgerà la vita. “Sento la neve cadere” è una piccola grande storia di un angolo di Italia chiuso in sé e al tempo stesso permeabile al “rimescolio” del presente e del passato.

autore

Domenico Infante, napoletano di nascita e romano di adozione, si definisce curioso di professione: sempre in cerca di scene da catturare, suoni da ricordare, canzoni da ascoltare e facce, decine di migliaia di facce da raccontare, per gioco, per passione, per il gusto di catturare le emozioni e le espressioni che quei racconti disegnano su altre facce. Già autore per Scrittura & Scritture dei racconti “Cronache del vicolo” (2006), “Novanta minuti” (2009) e “Vento e sabbia” (2011). Coltiva anche altre passioni, come i vini – è infatti sommelier – e il calcio, di cui scrive su alcune riviste.

Copertina flessibile: 128 pagine
Editore: Scrittura & Scritture; Prima edizione (6 agosto 2014)
Collana: Voci
Lingua: Italiano

Recensione a cura di Sara Valentino

Ho acquistato tempo fa questo libro in ebook e in questi giorni ho deciso, chiamata da quella voce invisibile, che normalmente si fa strada tra i miei pensieri, l’ho iniziato. Iniziato, letto, “bevuto”. Sì, “bevuto”, questo è il termine che mi viene spontaneo utilizzare dopo aver chiuso questo romanzo. Mi sono ritrovata a Petralia Sottana, un paese di pietre incollate alla pietra (così la descrive Domenico Infante) a leggere di una storia e di tante storie che si intrecciano, si uniscono e si dividono. La narrazione è di livello, ma con moltissimi punti in dialetto che rendono tutto molto più vivo e vicino, ma soprattutto reale.

La storia ha inizio nel 1922, un giorno speciale, quello della marcia su Roma, ma i nostri protagonisti Roma non la conoscono, non ci sono mai stati. Salvatore Salvati e sua moglie Agata sono i genitori del piccolo Esilio Salvati (avrebbe dovuto chiamarsi Ersilio, come il nonno, in un’alternanza che durava da secoli, ma per un errore del Comune sarà Esilio), festeggiano con gli amici, i vicini Diotallevi con rosolio e biscotti alle mandorle.

Il tempo scorre, lento e inesorabile, ma alcune finestre, su questo lontano mondo fatto di campi, allevamenti e fatica, si aprono per il lettore.

“La sera Salvatore si versava un bicchiere di vino, dopo il pasto, e davanti al camino o, in estate, sull’uscio di casa, raccontava a suo figlio le storie della natura, del tempo che passa, di pioggia…”

Il tempo passa, Esilio è un giovane ormai, ha due amici del cuore, ognuno con il suo bagaglio di storie alle spalle, Gasare Diotallevi è il suo migliore amico, hanno con soli sei mesi di differenza e poi c’è la dolce Giuseppina. Storia di amicizia, storie che si intrecciano, storie come possono essere quelle di tutti noi, ma un giorno…

“Si campa e basta, finchè il cuore e il cervello ti fanno salire, metro a metro, giorno a giorno, anno ad anno. Poi un giorno cervello e cuore decidono che è il momento di fermarti a riposare, può capitare a venti, a cinquanta, ottanta o a cento, o anche più. Per questo, del peggio del meglio cerca sempre di conservare il meglio”

Improvvisamente i venti di guerra giungono fino a Petralia, sconvolgono un poco le vite e le abitudini, ma un fatto, un segreto celato dal tempo, improvvisamente spalanca una porta e se apparentemente le cose sembrano andare ancora bene, sotto terra si sta preparando una tempesta.

“Tutti gli uomini saggi aiuteranno il resto dell’umanità a non scordare mai il rumore delle bombe e la puzza di morte che si sente sempre, prima e dopo ogni battaglia”

Le tradizioni che si tramandano i Salvati, il ticchettio che scandiscono i giorni tutti uguali, le stagioni che si alternando l’una con l’altra fino a che le leggi si capovolgono e, come una neve, l’odio copre tutto, anche l’amicizia.

“Erano i giorni della resa dei conti. Giorni in cui le quaglie si vestivano da aquile, le lepri da lupi.”

E’ un romanzo che commuove, emoziona, lacera però sono storie che vanno raccontate perché gli uomini comprendano, perché non succeda mai più. Storie che dimostrano quanto anche l’amicizia che pare più forte, davanti a un dio qualsiasi: denaro, potere, politica… non è più nulla.

Però è anche un romanzo di speranza, ed è quella che non si deve mai perdere.

“..dal giorno in cui l’uomo scoprì che dal sangue versato, dalle lacrime salate, dal sudore possono nascere frutti, fiori, erbe addomesticabili”

 

 

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