#5 – La Vergine di Leonardo – Maurizio Babini

Osservai la mano di Bartolomeus Scalionus apporre la propria firma sul contratto che mi legava alla Confraternita milanese dell’Immacolata Concezione. Scrisse il proprio nome per primo, con calma come se il dubbio e l’incertezza muovessero la sua mano, nonostante Antonio de Capitani avesse trascritto accuratamente ogni sua richiesta.
Per quanto carica di significato fosse per me quella cerimonia notarile, ci fu qualcosa in quel momento effimero che mi rallegrò ancor più del progetto per il quale quel prezioso documento stava per essere validato.
Messer de Capitani, con gesti armoniosi, aveva disegnato con cura le lettere delle parole facendo attenzione a non sbavare l’inchiostro. Ero stato così attento ai dettagli che per un attimo mi era parso di udire un gorgoglio a ogni movimento della sua mano. Quella musica così rilassante prodotta dall’acqua quando reagisce allo sbarramento dei sassi semisommersi lungo il corso di un fiume, m’ipnotizzava ed era questo ciò che distolse la mia concentrazione in quel frangente.
Evangelista de Predis, che con il fratello Ambrosius condivideva con me la commissione pittorica, fu costretto a compiere un gesto scortese per richiamare la mia attenzione, colpendomi con il gomito sul fianco, proprio mentre Bartolomeus si rimetteva in piedi per apporre il proprio nome sul foglio al centro del tavolo.
Conoscevo a memoria le volontà espresse dalla confraternita, erano state oggetto di dibattito per diversi giorni. Tutto quello che riguardava il trittico della pala da collocare sull’altare nella cappella della chiesa di San Francesco in breve tempo divenne una macchia permanete sul foglio e forse anche per questo motivo la mia mente si era distratta, plagiata dalle maniere eleganti dell’ufficiante. Il colpo inferto da Evangelista scosse la mia mente e quando fu il mio turno, tutti i presenti videro anche la mia mano sinistra provare difficoltà nel trattenere la penna.
Staccando per un momento lo sguardo dal foglio, incrociai quello imparziale di messer de Capitani che con un battito di ciglia, immaginando la felicità che stavo provando per la mia prima commissione da quando mi ero trasferito nel Ducato di Milano alla corte di Ludovico Maria Sforza, mi fece capire di procedere. Nonostante il documento fosse stato riletto con calma, mi presi la licenza di controllare quanto scritto, con i miei occhi, nascondendo quel mio tentativo di temporeggiare, con la volontà di non perdere l’idea che la mia mente stava progettando.
Per la pala centrale, avevamo convenuto il ritratto della Madonna con un ricco abito di “broccato doro azurlo tramarino” e “con lo suo fiollo”. Dio Padre in alto, anche lui con la “vesta de sopra broccato d’oro”, un gruppo di angeli alla “fogia grecha” e due profeti. Nelle due parti laterali i confratelli chiedevano quattro angeli, “uno quadro che canteno et l’altro che soneno”.
E se avessi stravolto il dipinto? Mi domandai se fosse solamente una coincidenza, oppure fosse uno scherzo della mia mente, perché alle mie orecchie giunse ancora una volta quel suono rilassante da cui mi lasciavo distrarre con facilità. Sul contratto posato sul tavolo, sfumarono a gran velocità le tracce dell’inchiostro, lasciando spazio a una nuova concezione dell’opera.
Avrei dipinto anche l’acqua, che tanto cara mi aveva suggerito la modifica, contenuta tra le rive del corso di un fiume. Visto in lontananza, osservandolo dall’interno di una grotta attraverso lo squarcio di una montagna, l’avrei lasciato fluire attraverso rocce grezze e aguzze che s’innalzano verso il cielo facendo apparire l’ambiente come un luogo primitivo, dando però l’impressione di provenire proprio dal cuore della roccia, il mio paradiso artistico.
Maria assisa al centro e vertice di una costruzione piramidale avrebbe allargato le braccia e mentre con una mano posata sulla schiena di San Giovannino inginocchiato sul fianco destro, avrebbe dato l’impressione di spingerlo verso il centro del dipinto, con l’altra, aperta nell’intenzione di posare una benedizione, avrebbe indicato suo figlio alla sua destra, seduto su una roccia, enfatizzando la discesa, su di lui, dello spirito santo.
Eliminando completamente la figura del Signore, avrei lasciato un unico angelo, quello dell’annunciazione, nell’atto di indicare San Giovannino con il dito della mano inserita tra quella di Maria e la testa di Gesù bambino.
Mi fu tutto chiaro e bene evidente. Immaginare la nuova opera, fu come guardare una tavola già dipinta. Anche il priore ne sarebbe rimasto entusiasta una volta portata a compimento. San Giovanni Battista, assieme a San Francesco, era il protettore della Confraternita e di fronte a questo particolare, Bartolomeus avrebbe soprasseduto alle parole del contratto, che all’improvviso così com’era svanito, si rimise a fuoco ai miei occhi.
Pur sapendo di controfirmare un documento che non sarebbe mai stato rispettato, avrei dipinto una Vergine tra le Rocce, strinsi saldamente la piuma e senza dire una parola, la intinsi nell’inchiostro. Incrociai ancora una volta lo sguardo del notaio prima di comporre il mio nome:

“Io Lionardo da Vinci in testimonio ut supra subscripsi.”

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