Il cielo di Babilonia di Michael Baigent (Autore), A. Magagnino (Traduttore)

A Babilonia, diciassette secoli prima di Cristo, nasce un sapere destinato a influenzare profondamente la cultura occidentale fino ad oggi: l’astrologia. Quell’antico sapere era profondamente diverso dalla pratica dell’oroscopo individuale che conosciamo oggi e che apparirà nella storia molto più tardi. Si trattava di una visione dell’universo, un potente strumento usato per intervenire nelle più importanti decisioni di quegli antichi popoli. Ma di quel sapere non tutto è andato perduto e Baigent accompagna il lettore alla scoperta degli dei mesopotamici che ancora vivono nell’astrologia del ventunesimo secolo.

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Copertina flessibile: 288 pagine
Editore: Tropea (11 novembre 2003)
Collana: Le querce
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8843803794
ISBN-13: 978-8843803798

Recensione a cura di Sara Valentino

Il cielo di Babilonia mi ha attratta sin dal principio per il titolo e per la copertina. E’ un saggio, è estremamente dettagliato ma ammetto che senza una conoscenza adeguata risulta un po’ ostico.

Proverò a parlarvi dei punti che maggiormente mi hanno colpito e di argomenti molto affascinanti che ci portano con il cuore, ma soprattutto con lo sguardo ad ammirare il cielo dell’antica Mesopotamia.

Le rovine dell’antica Mesopotamia non suscitano il medesimo stupore, non scatenano le stesse emozioni rispetto ad altre culture antiche quali quelle dell’Egitto e del Messico. Il loro essere monumenti abbandonati, testimoni inerti e sepolti in attesa di dissolversi nel tempo per via del materiale da costruzione, contrasta invece con la sensazionale imponenza e maestosità che ebbero. Erano per la maggior parte costruite con mattoni di fango, il chè naturalmente è un limite importante che ne ha determinato la decadenza.

“Per gli antichi nomadi del deserto che attraversavano le aride pianure con le loro greggi di pecore e capre, queste immense torri lontane dovevano rappresentare davvero i centri del potere, le dimore terrene degli dèi o, come i profeti dell’Antico Testamento ripetevano instancabilmente, il luogo di tutti i mali terreni, la patria di coloro che sfidavano gli dèi”

Anche se oggi è il deserto a regnare al posto delle antiche dinastie i resti di quella cultura giungono fino a noi. Da loro deriva ad esempio la moderna scansione del tempo. Dopo settemila anni ancora seguiamo il loro esempio!

E la simbologia? Pensiamo alla croce delle religioni occidentali, il simbolo della croce dai bracci uguali, la croce dei templari era comune nel passato come il simbolo del dio del Sole Shamash. Le statue mostrano come gli antichi re indossavano croci con questa forma appesi al collo.

La Mesopotamia non è sempre stata deserta come appare oggi, ma bagnata dai due fiumi gemelli Tigri ed Eufrate era fertile e caratterizzata da agricoltura e allevamento: un giardino dell’abbondanza. Pare quindi probabile che queste terre abbiano fornito le basi per le prime leggende sull’origine dell’uomo.

Biblioteca de Nínive

Un salto nel tempo mi ha portato a Ninive in una biblioteca che è molto simile alle nostre moderne. Nel 1845 alcuni scavi hanno portato alla luce ben 22000 tavolette, un momento che deve essere stato semplicemente sublimante. Pare che queste fossero divise in sezioni al tempo: resoconti amministrativi, lettere spedite al re dai consiglieri, astrologi che forniscono informazioni, mitologia, letteratura assira insomma un grande immenso contenitore di sapere.

Gli archeologi iniziano dunque a dare importanza alle arti divinatorie dei babilonesi e alle loro credenza sul cosmo e sulla natura dell’universo e … sul compito dell’umanità.

“Per i mesopotamici, la terra e il cielo sopra di essa non erano domini separati, ma due parti dello stesso regno. La terra e il cielo erano complementari: una dipendeva dall’altro e ambedue erano ugualmente importanti. Non c’era affatto l’idea, per esempio, che la terra fosse in qualche modo “inferiore” al cielo; infatti, consideravano gli auspici studiati dai loro divinatori messaggi mandati dagli dèi…”

Bellissimi alcuni passaggi, al proposito, di una lettera al re Sennacherib dover si riferisce di un accadimento al tempo del padre del sovrano. Si dice appunto che l’astrologo reale “ha stretto il seguente accordo con gli scribi e gli aruspici senza che il re, tuo padre, ne sappia nulla – se appare un presagio infausto diciamo al re che è comparso un segno strano- a corte ci sono sempre censurate tutte le predizioni sfavorevoli”.

Il più antico testo astrologico al mondo si trova in un cassetto del British Museum, si tratta di una tavoletta di terracotta di colore rosso, perfettamente conservata.

Entrambe le facce e i lati della tavoletta sono coperti fittamente da caratteri cuneiformi in miniatura. C’è una serie di misteriose tacche, ancora oggi gli archeologi non hanno trovato una spiegazione circa la loro presenza e il relativo significato, forse create nell’argilla ancora soffice dallo scriba dopo la stesura del testo.

Il suo nome è Enuma Anu Enlil, il libro degli dèi del cielo e della terra, la tavoletta di Venere. Contiene una serie di auspici e in particolare le fasi del pianeta Venere.

Per comprendere pienamente il valore di questo, immenso, saggio è necessaria una sorta di conoscenza astrologica e astronomica. Mi limito dunque a riportare quanto ho potuto comprendere e approfondire.

“Mentre la notte iniziava a stendere le sue ombre sulla Mesopotamia, squadre di astrologi si preparavano alla veglia notturna; avevano l’ordine di osservare con assiduità il cielo. La prima comparsa della Luna nuova era cruciale per il calendario babilonese. L’astrologo che si fosse lasciato sfuggire quel momento avrebbe rischiato il disprezzo del re”

Se pensate a questo passaggio, pur trattandosi di un saggio e per sua natura non può trasmettere emozioni, vi troverete a immaginarvi in quei tempi lontani, vi sentirete l’astrologo che non sa come dare una cattiva notizia, per il tramite del negativo auspicio, mentre allo stesso tempo portare notizie buone e positive sarà motivo di gioia. Magia e astrologia si fondono in una sorta di simbiosi, la magia è una forma di intercessione presso gli dei, queste due pratiche cavalcando i millenni cambieranno il corso della civiltà occidentale. Il Rinascimento sarà proprio un periodo in cui, per via della scuola neoplatonica di Marsilio Ficino e del maestro Botticelli, questa parvenza di magia nel ritorno allo spirituale ne costituirà il fulcro.

Il testo prosegue con capitoli dedicati ai pianeti, ma anche alla Luna e al Sole, mi dilungherei oltremodo se vi parlassi di ogni singolo pianeta. Mi sono soffermata e ho approfondito la parte dedicata a Saturno, “il creatore della malinconia”, lo definì Wiliam Ramesey in uno dei primi testi di astrologia inglesi. E’ un pianeta da sempre temuto Saturno, simbolo di limitazione di struttura distruttiva, di destino oppressivo. Ha sempre avuto un’influenza negativa in quanto nessuno ama vedersi imporre gabbie. Con il passar del tempo la sua simbologia è anche variata divenendo simbolo energico. Il 21/12/2020 vi sarà una rara congiunzione che coinvolge Saturno, rara perché accade ogni 240 anni.

Vi lascio ora con una chicca. Il dipinto di Botticelli, La Nascita di Venere, potrebbe essere una sorta di talismano per attrarre e custodire il potere divino di Venere?

I babilonesi cercavano di infondere potere divino nelle statue, i “maghi” del Rinascimento incapsulavano questo potere nell’arte.

 

 

 

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