La trasparenza del camaleonte di Anita Pulvirenti #btsensoriale – I poeti maledetti

Trama

Carminia non riesce a guardare nessuno negli occhi. Vorrebbe che non le rivolgessero mai la parola, nemmeno per augurarle buongiorno. Il minimo ritardo la infastidisce, un quadro storto la infastidisce. Ha un menu fisso per ciascun giorno della settimana, un ordine preciso per vestirsi ogni mattina, un modo corretto con cui la carta igienica deve scorrere sul portarotolo, e diciotto copie del suo libro preferito in soggiorno, su uno scaffale. Rifugge qualsiasi rumore o semplice contatto umano. La verità è che le persone sono d’intralcio alla sua esistenza. Carminia ha la trasparenza del camaleonte, la stessa capacità di adattarsi alle situazioni in cui si trova e, in quelle, sparire. Eppure soffre per tutto ciò che non le riesce, la disturba, non le viene naturale: ha la sindrome di Asperger, ma ancora non lo sa. È solo quando finalmente le viene diagnosticata, e la madre sembra riemergere da un’infanzia ormai lontanissima, che il suo mondo di ordine e routine comincia a vacillare. Insieme a Rebecca, una bambina impertinente e linguacciuta, Carminia si troverà allora a dover fare i conti con se stessa, con il suo modo di abitare il mondo e con ciò che significa, alla fin fine, normalità.

Questo romanzo è stato la possibilità di un viaggio all’interno di un mondo per me completamente sconosciuto. Se dovessi dunque trasporre o cercare una sorta di evocazione a un periodo storico all’interno del testo, sceglierei il periodo dei così chiamati Poeti Maledetti.

Carminia, cerca di sfuggire alla sua malattia creandosi un mondo su misura, perché il mondo fuori non la vuole, non la contempla e proprio per questo l’ho vista ribelle nei suoi comportamenti così tanto meccanici e metodici all’esasperazione da divenire totalmente inusuali per il mondo contemporaneo.

“Non sopporta in effetti, e non manca di farlo notare, le chiacchiere inutili, i sorrisi accondiscendenti, i complimenti consolatori e gli auguri di compleanno, per non parlare di offrire il proprio cibo prima di iniziare a mangiarlo o i convenevoli al telefono, i saluti interminabili e le condoglianze. Essere gentili è un conto, affettati e stucchevoli è un altro”

I poeti maledetti avevano una propria ideologia legata a un pensiero ribelle e rivoluzionario nei confronti della società. Il Maledettismo da essi derivato è quel movimento che si viene a creare proprio in virtù del fatto che gli artisti non possono esprimersi come desiderano, la società è la loro prigione .. e lo è anche per Carminia.

Un po’ di storia…

La definizione

Paul Verlaine

di “poeti maledetti” trae origine da un’opera del poeta francese Paul Marie Verlaine (1844-1896), ovvero Les poètes maudit. Essa fu pubblicata nella sua prima edizione nel 1884. Verlaine li definisce “poeti maledetti“, descrivendoli come anticonformisti, ribelli, innovatori, dei “poeti assoluti”.

Questa visione rappresenta la condizione di disagio nei confronti della società, con conseguente isolamento, tendenza alla ribellione ed alla provocazione. La nostra Carminia, protagonista del romanzo ha dei riti a cui non può assolutamente mancare: comprare sempre la stessa edizione dello stesso libro, bere una tisana ai frutti rossi alle ore 20.00 e molti altri. Allo stesso modo fatica ad integrarsi, fatica addirittura a capire perchè è così diversa, ha delle proiezioni e in questo a mio parere si sposa con la difficile interpretazione dei  testi dei poeti maledetti. Non sono facilmente comprensibili, perché il sentirsi incompreso sfocia nella difficoltà ed impossibilità di esprimere il proprio essere, divenendo esso la propria prigione.

I poeti maledetti utilizzano la poesia per meglio comprendere la realtà, il loro essere malinconici, tormentati e sofferenti li rende simboli dell’angoscia umana che è solo la conseguenza della società in cui vivono.

Il  Decadentismo si sviluppa  in un periodo storico in cui in Francia sicuramente si viveva uno stato d’animo caratterizzato da un senso di disfacimento e termine di una civiltà, una società prossima al crollo. I poeti dunque esprimevano lo smarrimento della coscienza e la crisi dei valori di fine Ottocento. Valori che erano stati sconvolti dal progressivo scatenarsi dell’imperialismo e dalla rivoluzione industriale. Si è di fronte a un cambiamento epocale. L’uomo si sente in contrasto con la società così distaccata e insensibile alle sue esigenze.

“Scrivevo silenzi, notti, notavo l’inesprimibile, fissavo vertigini.”

(Arthur Rimbaud)

Arthur Rimbaud (Charleville, 20 ottobre 1854 – Marsiglia, 10 novembre 1891)

La sua infanzia, le punizioni, i digiuni imposti, la madre dispotica lasceranno dei segni indelebili in lui tanto da spingerlo a sedici anni in ripetute fughe, vagabondaggi. Il 29 aprile 1870 avviene la sua prima fuga, mentre passeggia con la madre si allontana con una scusa e prende un treno per Parigi. Purtroppo non  ha sufficiente denaro e viene quindi arrestato e imprigionato a Mazas, da cui uscirà grazie a un suo professore che pagherà la cauzione.

La sua poesia nasce dalla sete di libertà che gli è stata sottratta sin dalla nascita, dunque la sua è una poesia che pur nella violenza verbale e nel suscitare scandalo è un elogio alla sensibilità, al desiderio di giustizia di amore.

“Solo l’Amore divino conferisce le chiavi della conoscenza.”

Anima inquieta, contestatore e vittima stregata dalla “fata verde” ovvero l’assenzio, ebbe una relazione con il poeta Paul Verlaine. Amore a tinte forti, folle al limite del reale.

La sua produzione poetica fu fulminea perché scrisse dai 15 ai 19 anni.

“La donna sarà anch’essa poeta quando cesserà la sua schiavitù senza fine, quando avrà riconquistato per sé la propria esistenza (nel momento in cui l’uomo, che è stato fino ad allora ignobile nei suoi riguardi, la lascerà libera).”

Studiò l’alchimia e occultismo tanto da arrivare a definirsi profeta. La sua vita fu una costante ricerca del proprio annullamento, tanto che non pubblicò le sue opere. Pubblicate poi da Verlaine.

Charles Pierre Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867)

All’età di sei anni perse il padre, la madre che inizialmente riversò su di lui tutto il proprio amore presto si risposò. Questo accadimento causò un risentimento in Charles e un desiderio di vendetta. Pur essendo un ottimo studente, non amava impegnarsi o la faceva in maniera incostante, per inisciplina fu anche espulso dal liceo.

La sua opera maggiore, più conosciuta e tra le mie preferite è Les Fleurs du mal!

La prima edizione fu pubblicata il 25 giugno 1857, con l’Editore Auguste Poulet-Malassis, in una tiratura di 1300 esemplari. Era composta da cento poesie divise in cinque sezioni: Spleen et ideal, Les Fleurs du mal, Révolte, Le vin e La mort.

L’autore fa una poesia cupa, immorale e già il titolo dell’opera, “I fiori del male”, la bellezza del male è d’impatto forte per l’epoca, una provocazione. L’autore viene addirittura processato per alcune sue liriche per oltraggio al pudore.

La visione di Baudelaire è come un disperato appiglio di uno spirito inquieto a trovare qualcosa di nuovo, di diverso e in questo la morte viene celebrata e agognata, ma come distruzione e disfacimento e non come possibilità di nuova vita.

L’albatro (L’Albatros)

«Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

A peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule !
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid !
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer ;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.»

L’ALBATRO

Spesso, per divertirsi, le ciurme
Catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
che seguono, compagni di viaggio pigri,
il veliero che scivola sugli amari abissi.
E li hanno appena deposti sul ponte,
che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,
abbandonano malinconicamente le grandi ali candide
come remi ai loro fianchi.
Questo alato viaggiatore, com’è goffo e leggero!
Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro scimmiotta, zoppicando, l’infermo che volava!
Il poeta è come il principe delle nuvole
Che abituato alla tempesta ride dell’arciere;
esiliato sulla terra fra gli scherni,
non riesce a camminare per le sue ali di gigante.

Grazie al blog  Chili di Libri per averci coinvolto in questa bellissima avventura!

 

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