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LE PRINCIPALI BATTAGLIE DI BRACCIO FORTEBRACCI, CONTE DI MONTONE

Capitolo 2: Braccio da Montone
Andrea de’ Fortebracci, più noto come Braccio, nacque il 1° luglio 1368 da una famiglia della nobiltà perugina. Perse in giovane età il padre Oddo e crebbe con la madre e i fratelli Carlo, Stella, Monalduccia e Giovanni nell’austero palazzo di famiglia a Montone, in seguito all’esilio seguito alla presa di potere su Perugia della fazione borghese dei Raspanti.
Alto, forte e robusto, di indole orgogliosa e determinata, il giovane Andrea (più tardi soprannominato Braccio, forse per la prestanza fisica o per il frequente ricorrere di questo nome fra parenti e antenati), scoprì ben presto di avere talento per la spada e, costretto a lasciare anche Montone in seguito all’uccisione di alcuni rivali, scelse la vita del soldato di ventura.
Passò nelle Marche, dove si mise al servizio del Conte di Montefeltro arruolandosi nella Compagnia di San Giorgio, una delle varie unità mercenarie al suo soldo; era comandata da Alberico da Barbiano e aveva la particolarità di accettare tra i suoi ranghi soltanto soldati di origine italiana, i quali, prima di essere arruolati, dovevano giurare di essere “perpetui nemici degli stranieri”. Questo era insolito per gli standard dell’epoca, come abbiamo visto nel capitolo precedente, e non è escluso che possa aver contribuito a formare la futura visione politica di Fortebraccio.
Gli anni passati al servizio di Montefeltro, eterno nemico dei vicini Malatesta, signori di Rimini, furono cruciali per la sua formazione umana e culturale. Qui conobbe Muzio Attendolo Sforza, che in seguito, da comandante di una banda mercenaria tanto agguerrita quanto quella di Braccio, diverrà il suo principale avversario; qui venne gravemente ferito alla spina dorsale, rischiando persino di rimanere paralizzato; qui acquistò nome e fama tra i soldati divenendo capolancia (ossia capitano di una piccola unità). In questi anni imparò che in guerra ciò che conta è soltanto vincere senza troppo logorarsi. Nella sua biografia del condottiero, “Quasi Re”, ecco come Marco Rufini descrive gli insegnamenti di questi anni cruciali: “[egli apprese che] bisognava assecondare la sorte, interpretarla, come un vascello che sfrutta gli alisei; combattere per vincere, senza inutili erosimi; adottare ogni strategia, ogni astuzia, per battere il nemico senza troppo dispendio. (…). Essere un po’ più Ulisse, insomma, e non solo Achille, che scelse di vivere pochi anni di gloria immortale e subito sparì. (…). Non disdegnare la tattica, la diplomazia, addirittura l’ipocrisia; praticare la ragione, la prudenza, la pazienza, ma insieme ascoltare il cuore, battersi per qualcosa di degno, non per una misera paga o per pura e semplice vanità. Battersi per una patria, per i suoi nobili pari, per i Fortebracci”.
All’incirca sul finire del XIV secolo, Braccio conobbe anche la moglie Elisabetta, per la quale provò senz’altro un sentimento sincero; suo grande cruccio fu quello di non aver mai avuto da lei figli legittimi (il suo unico figlio legittimo, Carlo, nacque da un matrimonio successivo). Braccio era certamente un uomo d’azione e un soldato temprato, ma anche un fine cultore dell’arte, della lettura e della musica. Conosceva la mitologia greca, gli eroi della guerra di Troia, sapeva apprezzare e condurre raffinate conversazioni.
Divenuto ormai un punto di riferimento per i soldati della Compagnia, Braccio attirò la gelosia di Alberico da Barbiano, che tentò di assassinarlo. Sfuggito al pugnale grazie all’avvertimento di un’amante, si mise in proprio e fondò una sua personale compagnia di ventura, innalzando sullo stendardo l’ariete nero in campo d’oro dei Fortebracci.
Seguirono anni di guerre in tutto il centro Italia, al servizio di ogni città e fazione. I “Bracceschi” si distinsero per la capacità di effettuare una guerra di movimento del tutto innovativa per l’epoca, di alternare rapide e brutali incursioni a ripiegamenti altrettanto efficaci. In questi lunghi e duri anni di combattimenti, la fama di Braccio dilagò enormemente, tanto che riuscì a radunare sotto i propri colori una compagnia di oltre duemila soldati tra cavalieri e uomini d’arme, un’enormità per un contesto tanto frammentato.
Rientrare a Perugia a testa alta e deporre i Raspanti era la cosa che più di tutte desiderava, ma nonostante alcuni tentativi di attaccare la città, le condizioni per la guerra tanto agognata non maturarono che nel 1416, quando Braccio era ormai un potente condottiero di quasi cinquant’anni. Nella primavera di quell’anno, caduto in disgrazia l’antipapa Giovanni, deposto dal concilio di Costanza, del quale era al servizio , Braccio si diresse a Sansepolcro e radunò attorno al suo vessillo tutte le forze della fazione nobiliare esiliata da Perugia ventitré anni prima. Scrive Rufini: “Egli volle comporre una milizia di uomini che avessero una fede, un ideale, una cittadinanza. Perciò iniziò ad aggregare le lance spezzate, gli uomini scacciati dalla loro città, offesi e ridotti in miseria, che nelle armi cercavano un mezzo di sostentamento,ma anche il riscatto. Gente come lui, ispirata da motivazioni spirituali. A loro diede i posti di comando, soprattutto ai nobili perugini fuoriusciti”.
Grazie all’instabilità che regnava in tutta l’Italia centrale, perduta la protezione di potenti alleati, i Raspanti erano soli e Braccio decise di tentare l’impresa della vita: attaccare Perugia.

Capitolo 3: La battaglia di Sant’Egidio – 12 luglio 1416

Bracceschi
Esercito in soccorso dei Raspanti
Comandante: Braccio Fortebracci
Comandante: Carlo Malatesta, signore di Rimini
Forze: 3.500 uomini, quasi tutti a cavallo
Forze: 5.000 uomini, metà a cavallo
Perdite: 180 morti, 300 feriti
Perdite: 350 morti, centinaia di feriti e prigionieri

3.1 contesto. Muovendo da Sansepolcro alla fine di aprile, le truppe di Braccio raggiunsero Ponte San Giovanni senza incontrare resistenza. Oltre alla compagnia del condottiero, erano con lui tutte le forze della fazione dei Beccherini, ossia gli esuli di parte nobiliare allontanati da Perugia; tra di loro spiccava Malatesta Baglioni, figlio di Pandolfo, che era stato signore della città fino al 1393. Per contro a Perugia non si trovavano che alcune centinaia di mercenari al soldo dei Raspanti, però la difesa poteva contare su molti popolani determinati a impedire che i Beccherini tornassero in città.
Stabilito il campo presso il ponte sul Tevere, in modo da isolare la città verso Est e Nord, Braccio ordinò un primo assalto alle mura. Era l’alba del 2 maggio, una giornata fresca e piovigginosa. Grazie alla copertura di un insperato banco di nebbia, gli uomini di Braccio arrivarono davanti ai bastioni nei pressi di San Pietro senza essere avvistati. Ma non disponevano di cannoni in grado di far crollare le mura, e nemmeno di arieti per abbattere le porte. Attaccarono alla vecchia maniera, con scale e rampini. Scoppiò un combattimento feroce, i “Bracceschi” riuscirono a superare la cinta muraria ma, una volta in città, tra stradine strette e anguste, la resistenza della popolazione inferocita li costrinse a ripiegare. Vennero erette barricate, lanciati oggetti dai piani alti dei palazzi, persino le donne del popolo parteciparono alle zuffe e i soldati di Braccio, giunti a fatica nei pressi di Sant’Ercolano, lasciarono sul campo decine di vittime. Dopo un paio di giorni il comandante riprovò ma, nonostante un diversivo condotto presso Porta Eburnea, i risultati furono altrettanto fallimentari.
A questo punto Braccio cambiò strategia. Convinto che ulteriori assalti sarebbero stati inutili, iniziò a stringere un cerchio attorno alla città, a rastrellare provviste di cibo, a tagliare gli acquedotti, ad espugnare borghi e castelli in tutto il contado. La maggior parte di queste azioni fu relativamente incruenta, solo Corciano resistette strenuamente, e alla fine fu crudelmente devastata dalla soldataglia di Tartaglia da Lavello, un infido alleato di Braccio che successivamente lo tradì.
Trascorsero quasi due mesi, la città era sempre più stremata ma i Raspanti, ostinati, continuavano a negare l’accesso ai fuoriusciti. Nonostante i morsi della fame, confidavano su qualche aiuto esterno, poiché erano riusciti a far uscire dalla città assediata diversi messaggeri recanti richieste di soccorso. Infine, ai primi di luglio, giunse notizia che un esercito era in movimento dall’Appennino per accorrere in aiuto dei Raspanti: quello di Carlo Malatesta, signore di Rimini, allettato dalla promessa di annettere Perugia ai suoi domini. “Sono un Principe, non un mercenario” pare avesse detto per motivare il suo intervento.
Dopo essersi fermato a Foligno e aver accolto una vana ambasceria da parte di Braccio, Malatesta riprese la marcia verso Perugia e il condottiero montonese si vide costretto ad affrontarlo sulla pianura di Sant’Egidio, tra Assisi e il Tevere. Era il 12 luglio 1416.
3.2 Battaglia. Per sopperire all’inferiorità numerica, Braccio divise i suoi uomini in una ventina di piccole bande a cavallo, comprendente ciascuna cento-centocinquanta cavalieri; alcune di queste erano mescolate a piccoli reparti di fanteria armati di picche, con il compito di abbattere i cavalli dei nemici. Lasciò un forte presidio a Ponte San Giovanni per cautelarsi da un’eventuale sortita dei perugini e disperse le altre bande su tutte le alture, i castelli e i villaggi dominanti la pianura. Attese sulla collina di Collestrada, ben consapevole che in quella giornata campale si sarebbe giocato il tutto per tutto.
Quando l’esercito di Malatesta attraversò la pianura, Braccio scatenò le sue bande a cavallo che attaccarono i nemici sbucando da ogni direzione, colpendo, terrorizzando e incendiano, salvo ritirarsi senza permettere agli aggrediti di reagire. Fu il caos, l’applicazione perfetta delle tattiche mordi e fuggi in cui Braccio era maestro, adottate in tutte le precedenti campagne, seppur mai su scala tanto vasta.
Era una giornata molto calda; per evitare che soldati e cavalli soccombessero per la fatica e la sete, il comandante aveva fatto predisporre qua e là sul terreno una moltitudine di barili ricolmi d’acqua nei quali soldati e destrieri avrebbero potuto rinfrescarsi. Fu un’astuzia che può apparire di poco conto, determinante invece per l’esito dello scontro. Ben presto infatti Malatesta e i suoi erano sfiniti per l’afa e la scarsità d’acqua: i loro cavalli inoltre faticavano a stare al passo di quelli dell’esercito di Braccio, più freschi.
Gli scontri furono cruenti per gli standard del tempo. Cavalieri contro cavalieri, lance contro lance. A un certo punto un centinaio di uomini d’arme a cavallo di Malatesta si lanciò all’inseguimento dello stesso Braccio, che li provocò agitando il suo stendardo, senza rendersi conto che l’inseguimento li avrebbe condotti in trappola: finirono accerchiati dalle schiere di Baglioni e costretti alla resa.
È difficile descrivere fase per fase la battaglia di Sant’Egidio, che fu volutamente confusa e disordinata. Di certo possiamo dire che l’azione decisiva avvenne a metà pomeriggio quando un forte contingente di uomini di Malatesta venne intrappolato in un’ansa del Tevere e sospinto verso il fiume. Alcuni soldati, cercando di sfuggire ai colpi o alla cattura, provarono ad attraversarlo e furono trascinati a fondo dalle corazze; altri inciamparono e, impossibilitati a rialzarsi per via del peso, finirono per annegare.
La strage spezzò la volontà di combattimento degli uomini di Malatesta, che dopo sette ore di scontri si arresero a grappoli. Tanto più che in quegli stessi momenti giunse voce che anche il loro signore, Carlo Malatesta, era stato preso prigioniero.
Per Braccio fu il trionfo, per i Raspanti l’inizio della fine. Sebbene non avessero preso parte direttamente alle vicende di quel giorno, i Perugini si resero conto che nessun altro sarebbe venuto a liberarli, pertanto decisero di trattare.
3.3 Conseguenze. Nei sette giorni successivi una delegazione di Raspanti trattò direttamente con Braccio presso Montemorcino. Infine venne redatto un documento firmato da entrambe le parti nel quale i Raspanti riconoscevano il diritto ai fuoriusciti di rientrare in città e affidavano le chiavi cittadine allo stesso Fortebraccio, il quale in cambio si fece garante dell’incolumità dei vinti e delle loro proprietà.
Fu la fine di oltre un ventennio di laceranti divisioni. Il 19 luglio Braccio entrò a Perugia da Porta Sant’Angelo (rione nel quale si trovava il palazzo dei Fortebracci), cogliendo di sorpresa persino il picchetto che era stato mandato ad accoglierlo a San Pietro. Davanti all’Arco Etrusco accettò le chiavi cittadine dalle mani del vescovo e proseguì verso l’acropoli in un tripudio di folla.
Come signore di Perugia (ruolo che de facto detenne per otto anni, fino alla morte) Braccio si dimostrò equo ed imparziale, la città visse un periodo di splendore. Furono avviati imponenti lavori pubblici, sia entro le mura che nel contado (tra questi ricordiamo le Logge di Braccio, l’abbellimento della chiesa di San Francesco al Prato e un canale per il deflusso delle acque del Trasimeno), la sua figura si guadagnò il rispetto anche da parte di coloro che lo avevano osteggiato. Vi sono molti esempi dell’affetto popolare di cui seppe circondarsi nei brevi anni di governo: la partecipazione di una grande folla ai funerali della moglie Elisabetta, scomparsa nel 1419,oppure il successo delle feste organizzate ogni anno in occasione del patrono (San Costanzo), con gare di poesia, danza e composizioni floreali; più di ogni altra cosa però il gioco che caratterizzò Perugia in questo periodo fu la Battaglia dei Sassi, una sfida tra i vari rioni della città che si teneva di tanto in tanto sullo spiazzo davanti agli attuali Giardini del Frontone, o secondo altri nell’area dove ora c’è Via Campo Battaglia, caratterizzata dal lancio di sassi e da zuffe a suon di bastoni. C’erano arbitri, tribune per gli spettatori e spesso osservatori esterni provenienti da altre città. Non era infrequente che qualcuno si facesse male seriamente, ma il “Gioco” (come lo chiamavano i Perugini) era un perfetto esempio del carattere combattivo che caratterizzava gran parte della popolazione maschile del tempo, e Braccio se ne servì persino per selezionare nuovi potenziali uomini da arruolare nel suo esercito.
Nonostante quanto detto sopra, infatti, gli anni in cui Braccio governò Perugia furono segnati da un conflitto quasi continuo con il Papato, dalla cui autorità il Signore di Perugia tentò con tutte le forze di svincolarsi.

a cura di Matteo Bruno

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