MISERI RESTI SEPOLTI Di Miriam Palombi

Terra nera e grassa. Terra che scivola in bocca e scricchiola sotto i denti. Larve biancastre ti solleticano il palato in un bacio languido, mentre il dolore che ti avvolge è un cane che morde rabbioso. Puoi sentirlo anche ora: il tuo corpo giace, coperto da mezzo metro di quella stessa terra che ti riempie la bocca.
Hai perso calore, senti il freddo pungere sulla pelle come aghi di vetro. Cerchi di muoverti, ma sei un sacco di carne. Troppo pesante. Se solo riuscissi ad afferrare il terreno smosso, a farne manciate da gettare via… ma hai dei moncherini al posto delle mani. L’osso sporge per una decina di centimetri, scarnificato e bianco come avorio antico. Dicono che sia ancora possibile sentire gli arti amputati, come se fossero ancora al loro posto. Non è così. Alla fine dei tuoi polsi non c’è nulla e non senti nulla. Non riesci a immaginare un solo motivo per cui chi ti ha fatto questo ha deciso di tenersi quel souvenir dalla manicure scadente. Non riesci a ragionare, le parole escono a grappoli, si ripetono, tenute assieme da pensieri troppo leggeri.
Lì dove sapevi essere il tuo ventre liscio, ora c’è una ferita. La lama è entrata in profondità. Qualcuno ha aperto una porta per entrare in te, ha lacerato e strappato, rovistando come un ladro e portandosi via qualcosa.
Sul collo c’è un’altra ferita. Il segno lasciato dal coltello è un collare vermiglio adornato da lembi di carne che si aprono come i petali di un’orchidea. Sulla pelle candida dello sterno hanno intagliato un motivo delicato come pizzo.
La lama non mente mai, sa dirti sempre se gli altri sono buoni o cattivi.
Quelle parole ti rimbombano nella testa senza un motivo. È come se qualcuno parlasse al posto tuo con una voce così bassa e gutturale da farti vibrare le corde vocali. O quello che ne resta.
Forse una piccola parte di te è ancora accesa, quella che percepisce l’odore di foglie in decomposizione e il sapore di humus e larve. Il dolore invece è sparito. I fili sottili che tengono uniti i tuoi pensieri non sono stati recisi del tutto. E inizi a ricordare.
La lama dice sempre la verità, anche quando rimanda l’immagine distorta del viso di chi ti ha ucciso.

*

Il pickup traballava sull’asfalto sconnesso. Le sospensioni erano andate. C’era puzza di benzina e solventi. La vernice era scrostata e macchie di ruggine avevano corrotto la carrozzeria come una sorta di morbo contagioso.
Sedevo accanto al posto di guida, massaggiandomi le caviglie doloranti sospese sui tacchi vertiginosi. La tappezzeria era umida, come se fosse stata pulita di fresco, il tessuto si appiccicava alle cosce nude.
«Fa troppo freddo per stare fuori questa notte.»
Non risposi. La voce dell’uomo seduto al volante mi arrivò alle orecchie come una nota stonata. Parole impastate d’alcool e di qualcosa di sgradevole che mi era camminato a fior di pelle.
Sono a casa.
L’immagine di mio padre steso nella bara con indosso la solita canottiera inzaccherata di vomito e sudore, invece del completo blu troppo stretto con il quale era stato sepolto, si affacciò ai miei pensieri per poi scappare veloce.
«Puoi chiamarmi Mad.»
Chi diavolo sceglie di farsi chiamare Mad?
Per quella sera non avevo trovato di meglio.
Solo un’ora prima ancheggiavo lungo la provinciale, mentre i fari delle macchine mi illuminavano a tratti, come il flash di una macchina fotografica, immortalandomi in tante diapositive sfocate.
I soldi del vecchio erano durati troppo poco. Bruciati in un attimo, ancora prima che il corpo all’interno della bara si fosse freddato. Avevo afferrato i pochi spiccioli nascosti nella scatola dei sigari cubani, ormai vuota, e avevo cambiato aria.
Vista così, con indosso la corta pelliccia viola, i capelli cotonati e gli occhi imbrattati di nero fumo, dovevo sembrare un assurdo clown caricato a molla. Cercavo di respirare piano, facendo passare l’aria attraverso gli incisivi spezzati. Un’intera nottata passata sul marciapiede a inalare scarichi di motore e avrei trascorso le ore successive a svuotare il naso dal muco grigiastro. Poi avevo arrestato la mia camminata traballante. Avevo visto avvicinarsi un unico faro, piazzato proprio al centro del cofano ammaccato, come quelli usati per la caccia grossa. Era un pickup verde mela, o almeno così sembrava. Un secolo fa quello doveva essere stato il suo colore.
Il guidatore aveva accostato, rimanendo rintanato nel buio dell’abitacolo, mentre il motore imballato era rimasto acceso. Un istante dopo ero salita a bordo. La strada era una lingua di terra che correva veloce sotto le ruote. L’uomo fermò il suo rottame in una sorta di parcheggio. A pochi metri c’era una costruzione squadrata molto più simile a un container che a una vera abitazione. Pochi passi da percorrere al buio furono sufficienti per rendermi conto che mi trovavo nel mezzo del nulla. Ci avvicinammo al container. Mad afferrò il maniglione metallico e lo fece scivolare verso il basso, fuori dai fermi. La porta sui cardini si aprì cigolando.
Afferrò una cordicella posta in alto e una lampadina tremolante si accese ondeggiando.
Il cono oscillante di luce illuminò l’interno di quel rettangolo. Pochi mobili che sembravano recuperati da una discarica. Un tanfo disgustoso usciva dagli scarichi del lavello incrostato della cucina a vista. Delle blatte si mossero eccitate dalla luce, fuggendo nel buco nero. Rimasi immobile.
«Adesso farai la brava, vero?» La sua voce era bassa e gutturale.
In un angolo un letto sfatto mostrava un materasso rattoppato e coperto da macchie scure che mi ricordarono la carrozzeria butterata del pickup. In alcuni punti l’imbottitura fuoriusciva dalle cuciture slabbrate. Laniccia gretta come paglia, mischiata a qualcos’altro. Erano pezzi di carne. Pelle scura come cuoio conciato. Mani rattrappite dalle dita ossute, con unghie laccate di smalto ancora lucido.
Un odore dolciastro simile a ruggine mi entrò nelle narici. Sapevo cos’era, non era possibile sbagliarsi.
«La lama non mente mai, sa dirti sempre se gli altri sono buoni o cattivi.»
Osservai per la prima volta quel viso. Quel mucchio di lineamenti sembravano essere stati messi lì a caso.

*

Non pensavi fosse così facile morire, forse perché non ci avevi mai pensato veramente. Ora che gli alberi sono delle ombre scure che vegliano su di te, non ha più alcuna importanza. Se ora qualcuno si trovasse a passare di lì vedrebbe il suolo ribollire, cumuli di terriccio ergersi come vulcani e la terra smossa che precipita all’interno. Vedrebbe delle braccia monche e un volto emaciato liberarsi dalla fossa profonda che ne ha custodito i miseri resti sepolti.
È grottesco, ma infilati ai piedi hai ancora i tacchi vertiginosi, assicurati alle caviglie da sottili cinturini di pelle. Pensi a come farai a toglierli. Senza dita, senza mani. Ma almeno il dolore è passato.
Sei uscita da quell’utero caldo e rassicurante. Un’incubatrice che ha trasformato il tuo corpo in qualcosa di nuovo. Devi imparare a muoverti ora che qualcos’altro comanda i tuoi muscoli. Riesci con difficoltà a metterti in piedi; trascini le gambe malferme cercando di sostenere il peso delle tue membra, un passo dopo l’altro, mentre i tacchi a spillo affondano nel terreno. La testa ondeggia quasi staccata dal collo, tenuta legata al resto del corpo dalle vertebre impilate le une sulle altre.
Abbassi lo sguardo e riconosci il sentiero che serpeggia tra gli alberi. Forse sorridi, ma con i tagli tumefatti che hai ai lati della bocca, non se ne accorgerebbe nessuno.
E ora vengo a prenderti.

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