L’isola dei cannibali – Nicolas Werth

L’isola dei cannibali è l’isola siberiana di Nazino sul fiume Ob, dove Stalin e il suo ministro degli Interni hanno deportato all’inizio del 1933 circa 6000 cosiddetti “elementi declassati e socialmente nocivi”. Provvisti unicamente di una libbra di farina al giorno, nel giro di alcuni mesi il loro numero si ridusse a 2000 e tra i superstiti si verificarono episodi di antropofagia (che diede tristemente il nome all’isola). Su questi episodi fu aperta un’inchiesta che produsse una serie di rapporti, diligentemente archiviati, ma che non ebbero alcun seguito. Il libro di Werth, basato sui documenti ufficiali pubblicati in Russia in seguito all’apertura degli archivi incoraggiata dalla perestroika, inquadra questo tragico episodio nella vita e nella politica staliniana degli anni Trenta.

 

Copertina flessibile: 184 pagine
Editore: Corbaccio (10 maggio 2007)
Collana: Collana storica
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8879728644
ISBN-13: 978-8879728645

a cura di Sara Valentino

Dopo aver letto il libro di Nicolas Werth “L’isola dei cannibali”, una ricostruzione dei fatti terribili accaduti negli anni 1931-1933, fedele ricostruzione dei fatti storici in base alle testimonianze raccolte, ho pensato di approfondire l’accaduto.

Il 21 luglio 1989, Valerij Fast, fondatore dell’associazione “Memorial” nata con lo scopo di perpetuare il ricordo delle repressioni politiche nell’URSS, viene a conoscenza proprio a Nazino di una testimonianza tremenda.

Taisa Michajlovna Cokareva, anziana contadina insediatasi in queste regioni ben prima dell’arrivo dei Russi racconta:

Vivevamo a Ergankina. Ogni anno, in primavera, partivamo per l’isola di Nazino per vendere la coretccia di pioppo  che mandavamo giù via fiume. Era il nostro unico mezzo di sostentamento. Tutta la famiglia partì; con noi portammo il cibo necessario per passarvi la stagione. Cosa vedemmo? Gente dappertutto. Portata lì, sull’isola. Doveva essere il ’32, o forse il ’33. Sì, il ’33, ed era primavera. Avevo tredici anni. Arrivammo al villaggio di Nazino che sta proprio sulla riva davanti all’isolotto. Tutti dicevano:”Ne hanno portata di gente sull’isola”. Quanta?  C’erano quasi 13000 persone. Una quantità! Non capivamo che cosa stesse succedendo, ma una cosa però era certa: per noi, la stagione, era andata. Le avavno sbattute lì, senza niente… tutte quelle persone, me ne ricordo bene.

Cercavano di scappare. Chiedevano:”Dov’è la ferrovia?”, ma noi non l’avevamo nemmeno mai vista una ferrovia. Chiedevano: “Da che parte è Mosca? E Leningrado?”, ma come facevamo a saperlo noi? Era la prima volta che ne sentivamo parlare. Noi siamo solo ostiachi. La gente scappava, affamata. Gli davano una manciata di farina. La mescolavano con l’acqua e la mandavano giù così e subito dopo arrivava la diarrea! Ah, che cosa non ho visto! Morivano come le mosche, si ammazzavano, fra loro. In riva al fiume, dalla parte del villaggio, c’era un’intera montagna di farina. C en’era finchè ne volevi. E quelli che facevano? GLiene davano un pugno. 

Sull’isola c’era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno, dovendosi allontanare, disse a un compagno:”sorvegliala tu”, ma quello, con tutta quella gente intorno, non riuscì a fare granchè… qualcuno la prese la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto… avevano fame. Bisogna pur mangiare. Quando Koskja tornò, la ragazza era ancora viva. Lui voleva salvarla, ma lei aveva perso molto sangue e morì. Il ragazzo non potè fare niente. Cose così erano all’ordine del giorno”…

La testimonianza prosegue con dettagli orrendi, che la mente umana non può nemmeno immaginare siano potuti realmente accadere.

Ma veniamo alle motivazioni politiche che hanno spinto il governo russo a questa deportazione di massa. I numeri dei deportati sono da capogiro, i sopravvissuti pochissimi. Si trattava di un “piano grandioso”. Nel 1933 il capo della polizia segreta russa OGPU, Genrich Grigor’evič Jagoda e il dirigente dei Gulag Matvei Berman presentarono a Stalin un ampio progetto grazie al quale avrebbero spostato migliaia di persone in Siberia e Kazakistan per coltivare la terra e iniziare nuove colonie. Si trattava di un esperimento sociale, allo stesso modo avrebbero spostato “elementi antisovietici e nocivi dalle città e dalle campagne.

Arresti e perquisizioni vengono eseguiti a raffica e molte volte senza nemmeno accertarsi sulla reale identità degli arrestati, veniva preso anche chi si trovava senza passaporto per averlo dimenticato.

Nazino e i suoi deportati rappresentano solo l’1% di tutti i deportati morti o fuggiti. Dalle statistiche in quell’anno, il 1933 scomparvero nel nulla 367457 individui, un terzo dei “trasferiti speciali”. 151601 registrati come deceduti e 215856 come evasi.

Lo scopo, oltre all’epurazione da “elementi socialmente nocivi” era quella di deportare individui in aree completamente disabitate e prive di mezzi di sussistenza, allo scopo di identificare un metodo di colonizzazione del “Far East” sovietico, un esperimento sociale di sopravvivenza.

 

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