Nessun tradimento alle Termopili – Prima puntata

a cura di Eugenio Mandolillo

Premessa: 480 A.C. A causa del tradimento di Efialte, che ha rivelato agli uomini del Gran Re Serse I un passaggio per aggirare le posizioni che i greci avevano fino a quel momento tenuto con successo, i Persiani superano il passo delle Termopili e si aprono la strada per la Beozia e l’Attica.
Nessuna sconfitta fu, tuttavia, più indolore: in effetti le forze greche non avevano subito perdite irrimediabili, mentre i Persiani, che avevano visto decimate le loro unità d’élite, si resero conto che provare una replica presso l’istmo di Corinto sarebbe stato un suicido il che li portò ad accettare lo scontro navale a Salamina nonostante la lezione subita a Capo Artemisio, cui fecero seguito le sconfitte a Platea e Capo Micale e la definitiva vittoria dei Greci.
Nella nostra simulazione, supponiamo che il tradimento di Efialte fosse stato sventato neutralizzando il traditore o, in alternativa, che le truppe mandate ad aggirare le posizioni elleniche fossero state affrontate e respinte dalle forze focesi che avevano il compito di vegliare il passaggio.

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Senza il tradimento di Efialte, l’esercito persiano si logora per giorni, forse settimane, sempre più sfiduciato, in inutili attacchi alla falange dagli opliti, ma Serse è testardo e non vuole arrendersi, le sue forse superano quelle degli avversari di oltre 10 (forse anche 50) ad 1 eppure, nella strettoia delle Termopili questo vantaggio è solo un peso che si traduce in costi di mantenimento insostenibili.
Anche il tentativo di piegare le forze navali greche si era infranto contro le tempeste a largo dell’Eubea e la battaglia di Capo Artemisio aveva mostrato che, almeno in quel particolare contesto, la flotta persiana era notevolmente inferiore rispetto a quella avversaria.
Stretto tra Mardonio che insisteva per un ultimo assalto e Artemisia che suggeriva di ritirarsi prima che le condizioni climatiche rendessero oltremodo difficoltoso il rientro del Gran Re a Babilonia, Serse optò per la prima opzione; un assalto frontale era tuttavia un suicidio, occorreva pensare a qualcosa di diverso: Serse allora convocò il suo consiglio di guerra costringendo tutti i suoi generali a prendervi parte e a non andarsene se non quando avessero trovato una soluzione nuova, geniale, risolutiva. Le ore passarono inutilmente, ogni strategia pensata si infrangeva contro l’ineluttabilità delle cose: nella stretta delle Termopili la cavalleria era inutile e le leggere fanterie dell’Impero nulla potevano contro gli schinieri in bronzo e le pesanti lance degli opliti.

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Scenario 1 – I persiani sfondano
Passarono lunghe inutili ore quando il Fato, sotto forma di un ufficiale stanco ed assonnato, si palesò: un colpo di sonno, un porta torce preso per colonna ed ecco che un fiumiciattolo di fiamme invade la tenda. Domate, non senza un po’ di affanno e spavento, le fiamme, gli ufficiali iniziarono a guardarsi con gli occhi di chi guarda senza vedere, quando Artemisia trovò le parole per esprimere quello che molti pensavano ma non riuscivano a dire: “Ecco il piano, Gran Re. Abbiamo ampie riserve di bitume sulle navi, non dovremo fare altro che rovesciarle addosso ai Greci e con una pioggia di frecce infuocate ridurremo letteralmente in cenere le loro forze.” Il piano suscitò sconcerto fra i generali, mai nella storia della guerra si erano adottate tecniche simili: il pensiero di un muro di uomini in fiamme impressionò quegli uomini usi alla battaglia, mai la guerra sarebbe stata la stessa. Serse tuttavia non aveva gli stessi scrupoli dei suoi generali e ordinò che il progetto di Artemisia fosse messo in pratica.
Il piano ebbe successo e nel giro di poche ore quello che era stato un muro invalicabile era ridotto ad un insieme di fumo e corpi carbonizzati: la via per l’Attica era aperta.
Senza il tradimento di Efialte e senza la necessità di risolvere la campagna con una battaglia navale, i Persiani non sarebbero stati così ingenui da cadere nella trappola di Salamina: infatti, il tradimento di Efialte aveva fatto credere a Serse che i Greci non fossero così leali e che il doppio gioco fosse sempre una seria possibilità, ragione per la quale il messaggio di fattogli pervenire da Temistocle poteva essere vero; in ogni caso, anche se ci avesse comunque in parte creduto, di sicuro non avrebbe avuto nessun motivo di entrare in quello stretto lembo di mare: Artemisia, ormai consigliere principale del gran Re, fu lesta a ricordare il nulla di fatto, per non parlare della sconfitta, seguita allo scontro presso Capo Artemisio. Con la nuova arma messa a punto alle Termopili e gli eserciti greci menomati dalla sconfitta, la prospettiva di una replica presso l’istmo di Corinto non spaventava più di tanto: la flotta greca si era rinchiusa a Salamina? Perfetto! Sarebbe bastato sorvegliare le uscite, stando ben attenti a non entrare, mentre il resto della flotta sarebbe sbarcato nelle coste ormai indifese del Peloponneso per prendere i Greci in una morsa a tenaglia dalla quale non avrebbero potuto avere scampo.
Il progetto, anche in questo caso, venne coronato da successo: sbarcati senza grosse difficoltà in Argolide e stretto un accordo con questa orgogliosa polis, le truppe persiane puntarono direttamente in direzione di Sparta che, lesta, chiese una pace separata che le garantisse almeno l’indipendenza formale: in fondo, era stata Atene il fulcro politico dell’alleanza e gli spartiati non avevano la minima intenzione di sacrificarsi per riscattare i rivali.
Conseguenze
La pace, firmata ad Argo, stabilì l’annessione di tutta l’Ellade a nord di Corinto all’Impero persiano, mentre il Peloponneso venne organizzato in una lega a guida Argo-Spartana col Gran Re protettore e garante della pace tra le polis aderenti alla lega (un modo discreto per indicare che, in realtà, anche questa realtà era posto sotto il controllo di Babilonia).
Atene, centro della rivolta antipersiana venne rasa al suolo ed i suoi abitanti vennero espulsi dall’Attica, molti dei quali cercarono rifugio in Magna Grecia in generale ed a Siracusa in particolare che divenne rapidamente il più importante centro culturale di lingua greca.
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50 Anni Dopo
Nonostante la vittoria, Serse non poté gioire del suo successo: una serie di intrighi ai danni dei suoi stessi consanguinei ne causarono una rapida caduta mentre in Grecia Sparta si metteva a capo di una coalizione formata da Tebani, Macedoni, esuli di ritorno dalla Magna Grecia che, sconfitte le poche truppe rimaste a presidio dei territori così faticosamente conquistati, ricacceranno gli stendardi persiani fin sul Bosforo ed oltre: la congiura di Artabano e la rapida ascesa del figlio Artaserse I (metà del V sec. A.C.) portarono le città della ionia a ribellarsi nuovamente mentre il satrapo locale preferì fare la guerra al suo sovrano e rendersi indipendente piuttosto che difenderne gli interessi.
L’indipendenza della Grecia prima e della Lidia poi, convinsero Inaro, discendente dell’ultimo faraone d’Egitto Psammetico III, che fosse il momento giusto per scacciare gli invasori persiani e ristabilire un egizio sul trono d’Egitto; approfittando dell’impossibilità da parte del satrapo locale di ricevere rinforzi da Babilonia, Inaro diede il via ad una rivolta che in meno di un anno lo condusse a liberare l’Egitto e fondare la XXVIII dinastia.
Per l’impero achemenide lustri si susseguono come i rintocchi di una lugubre campana: Siria, Assiria, Elam, Battriana, Media, Cappadocia, … una dopo l’altra le satrapie si rendono indipendenti finché, nella metà del IV sec. A.C. l’ultimo Gran Re Artaserse II venne ucciso in una congiura di palazzo ordita da due dei suoi innumerevoli figli Dario II, il primogenito, che si installò a Babilonia ed Ariaspe che invece venne acclamato re a Persepoli.
Così si conclude, con un triste ritorno alle dimensioni originarie, l’epopea di un popolo che, partito dagli estremi del Medio Oriente era giunto sul punto di conquistare il mondo.
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100 anni dopo
Nonostante il clamoroso successo ottenuto combattendo insieme, le polis greche insistono nel loro estenuante e, in fondo, mai risolutivo, litigare fra loro (Sparta contro Argo, Corinto contro Tebe e Delo), impedendo la nascita di un forte potere centrale capace di sfruttare il frazionamento seguito al disfacimento dell’Impero persiano del quale rimangono sostanzialmente spettatori.
In Egitto, intanto, la nuova dinastia al potere cerca di imporsi e di risalire lungo la costa palestinese, ma i tentativi sono fiacchi ed il trono è malsicuro: meglio per il faraone non allontanarsi troppo dal Delta.
Assiria e Mesopotamia sono regioni ormai in sfacelo: anni di conflitti civili e inesistenza di uno stato centrale forte hanno mandato in rovina fiorenti città, ridotto la fertilità delle terre e la capacità di sfruttare in modo proficuo le piene del Tigri e dell’Eufrate.
La Persia, infine, ritorna nelle nebbie dalle quali era uscita con Ciro e tornare una potenza di importanza locale, le cui fortune dipenderanno soprattutto dai grandi santuari dedicati a Zoroastro a Pasargadae e Persepoli.
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Epilogo
336 A.C. il giovane re del Regno di Macedonia, Alessandro, è rientrato da Siracusa – dove aveva studiato presso uno dei più illustri filosofi del suo tempo, Aristotele – alla morte del padre Filippo II morto in circostanze poco chiare ha un sogno: un regno che unisca finalmente tutte le terre conosciute sotto un unico dominio, il suo. Vinta facilmente la resistenza della divise polis greche, volge il suo interesse alle terre del fu Impero persiano le quali, incapaci di fare fronte comune, una dopo l’altra cedono alla sua superiorità in una serie di battaglie che non passeranno certo alla storia, passerà invece alla storia il suo splendido matrimonio a Menfi, al cospetto della Grande Piramide dove sposerà Neferamon, figlia dell’ultimo faraone della XXVIII dinastia, Amonirdisu, dando così inizio alla XXIX dinastia faraonica. In effetti, con un impero che andava dalla Macedonia fino alla Mesopotamia, era assolutamente impensabile che il nuovo imperatore risiedesse nella lontana Pella o nella ormai sfigurata Babilonia, Menfi dalle bianche mura, invece, costituiva la base ideale dalla quale ripartire per un grande sogno imperiale, un sogno che, tuttavia, si interruppe bruscamente nel 323 A.C. quando, nel corso della campagna volta a piegare la Lega iranica formata da persiani, medi e battriani cadde vittima dei propri eccessi lasciando vacante il trono del suo giovane impero che venne così diviso tra i suoi generali, che presero il nome di Diadochi, cioè successori.

Post Scriptum
Tutto è cambiato e tutto è rimasto uguale?
Non esattamente, anzi! Affatto!
La fine di Atene e l’affermarsi di Siracusa come principale centro filosofico del mondo greco si è tradotto nella fine dell’unico, serio, tentativo di instaurare un regime bene o male democratico e di creare una filosofia che avesse come centro l’individuo in quanto tale e non come elemento organico di uno stato monarchico o comunque oligarchico. Seneca e Platone avranno ben poca fortuna, mentre saranno l’Aristotelismo e lo Stoicismo a dominare il panorama culturale (influenzando persino il Cristianesimo che, privato dell’individualismo e dell’idealismo socratico e platonico, diventerà religione di Stato già sotto Marco Aurelio), mentre la democrazia resterà per chissà quanto un triste ricordo, buono solo da agitare come spauracchio nei, rari a dir la verità, momenti nei quali la plebaglia chiede maggiori diritti nella gestione dello Stato.

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