TOMAS IL BUONO – Fabio Monteduro

a cura di FABIO MONTEDURO
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La notte in cui Tomas morì le donne si stracciarono le vesti, i bambini non smisero di piangere, e gli uomini, riuniti nella taverna del paese, bevendo alla sua memoria, non fecero altro che ricordare il gran d’uomo che era.
Fuori dalla sua casa, decine di persone pregavano, fiaccole in pugno e rosari tra le dita.
C’erano tre comari al suo capezzale e tutte furono concordi nel dire che il volto di Tomas era diventato improvvisamente bello: non più quello sciupato e sofferente dell’uomo anziano che era, ma quello rilassato e sorridente di quando era giovane e pieno di vita.
Una di loro, la moglie del pastore della chiesa, disse in seguito di aver visto la sua anima lasciare questo mondo e le altre avevano assentito convinte e piene di sacro timore.

Era un gran d’uomo Tomas, morto a novantuno anni per una crisi respiratoria; era un gran d’uomo e nessuno poteva negarlo.
La sua vita semplice l’aveva portato nel cuore di tutti; le sue preghiere, le sue buone parole.
Si raccontava che nella sua lunga vita avesse aiutato centinaia di persone e mai, nemmeno una volta, il diavolo l’aveva colto in fallo.
La preghiera era la costante di ogni ora della sua vita; l’altruismo e la carità parte integrante del suo stesso essere.
Viveva per gli altri, aiutava tutti ed era morto senza aver mai conosciuto la lussuria, né la bestemmia, né l’ira. In poche parole, la sua era stata una vita ascetica, al limite del sovrannaturale.
Per questo quando morì, grande fu lo sgomento.
Era opinione diffusa che prima o poi sarebbe stato proclamato Santo.

Dal canto suo, Tomas se ne era andato in pace, con la consapevolezza che lo attendeva un posto migliore.
In vita, ripeteva a tutti quelli che lo stavano ad ascoltare, ed erano davvero in molti, che la prima cosa che avrebbe fatto, se il Signore avesse voluto accoglierlo nel Suo Regno, era quella di andare a cercare Gesù, perché voleva parlare con Lui, voleva conversarci per tutto il tempo che gli sarebbe stato concesso.
Aveva troppe domande da fargli, troppe questioni che, una volta giunto da Lui, avrebbe voluto chiarito.
Adesso lo incontrerà, finalmente, dicevano tra loro le donne e gli uomini che lo avevano conosciuto, perché se non lo incontra lui, Nostro Signore, allora non lo incontrerà nessuno di noi.

Quell’ultima notte, Tomas sentì il cuore rallentare, il respiro farsi sempre più corto e quando già le donne al suo capezzale strillavano per la sua dipartita, vide una grande luce avvolgerlo, come il sorgere del sole in un luogo dell’incommensurabile bellezza.
Si ritrovò così su un grande prato fiorito, con una leggera brezza che faceva ondeggiare lievemente gli steli sottili e verdissimi; il sole, a mezz’altezza dritto davanti a lui, era una palla bellissima che si poteva guardare senza rischiare di diventare cieco; e alberi in lontananza, un bosco rigoglioso attraversato da un ruscello d’acqua limpida e fresca.
C’erano bambini laggiù? Risate e gridolini di gioia arrivarono alle sue orecchie e lui stesso si ritrovò a ridere, tanto era il potere di quell’Amore senza confini.
Tomas allargò le braccia, come a voler cingere l’intero universo e si accorse in quel momento di essere completamente nudo. Continuò a ridere e non se ne curò.
Fu allora che vide apparire una strada, subito alla sua destra.
Era fiancheggiata da fiori di una bellezza incomparabile; colori così inconsueti e così unici che pensò di non averne mai visti di uguali; c’era un ruscello che gorgogliava limpido e sereno, con farfalle e libellule che volavo a pel d’acqua in quella perfetta oasi di calma, e c’era un cancello di puro oro alla fine della via, dove stava appoggiato, con aria vagamente annoiata, un giovane bellissimo, con grandi riccioli dorati ed occhi vividi ed espressivi.
Teneva tra le mani un libro dalle pagine candide, senza una sola parola scritta.
Tomas s’incamminò verso di lui, mentre pensava di chiedere a quell’essere quasi perfetto se, secondo lui, gli sarebbe stato possibile incontrare subito il Signore Gesù.
Fece soli pochi passi, prima che il giovane si voltasse a guardarlo e, spiegando ali magnifiche, bianche e risplendenti di oro, gli puntò contro il dito indice, per muoverlo subito dopo da destra a sinistra, due o tre volte.
– No? – aveva sussurrato Tomas, fermandosi all’istante.
Il giovane ripiegò le ali, continuando a muovere il dito da destra a sinistra.
Poi tornò ad appoggiarsi al cancello, ancora con l’espressione annoiata di chi non ha nulla da fare… e così è da sempre.
Tomas era sgomento, incredulo. Fece per dire qualcosa, ma il giovane alzò di nuovo la testa verso di lui e con un gesto della mano gli intimò di allontanarsi.
Subito dopo la via scomparve e con essa l’Angelo annoiato.
Il sole splendente tramontò in un baleno e una notte temporalesca coprì ogni cosa.
Non c’erano più fiori o alberi o risate di bambini. Solo fiamme e grida e urla e puzza di morte.
Davanti a lui vide apparire un’altra via.
Era fiancheggiata da arbusti secchi e senza vita, rovi così pieni di spine e aculei che si sarebbe morti all’istante solo sfiorandoli, posto che si potesse morire di nuovo; e c’era un corso d’acqua del color della melma che schiumava furioso, con strani esserini volanti che si tuffavano e riemergevano in quel ribollire caotico.
Anche in fondo a quella via c’era un cancello ma nero di fuliggine e sporcizia.
Guardando da quella parte, nel buio crescente, che diventava assoluto appena oltre la soglia del cancello, Tomas notò che non c’era nessuno nemmeno lì e un brivido gelato percorse la sua schiena, cancellando in un istante il perfetto tepore provato poco prima.
Era nudo, lo sapeva, ma ora se ne vergognava e cercava di coprire le sue “vergone” con le mani, come meglio poteva.
Il cancello si aprì solo per un istante e ne venne fuori un giovane dal volto distorto dalla follia.
Un tic nervoso gli piegava la bocca da un lato e strizzava gli occhi in continuazione, come fosse affetto da una brutta forma di miopia.
Portava i capelli legati in una coda, neri come le penne di un corvo e brulicanti di insetti.
Nel momento stesso in cui che si accorse della presenza di Tomas, allargò ali del colore e dall’aspetto di quelle di un gigantesco pipistrello.
L’Angelo farneticante gli fece segno di avvicinarsi, quasi suadente, invitandolo presso di lui con uno strano inchino.
L’Inferno dunque? Perché mai? Che cosa aveva fatto di tanto grave da meritare l’inferno?
Tomas fece un solo passo verso l’approdo finale e si ritrovò all’improvviso davanti a quell’essere ghignante.
– Non… non posso… io non…” – balbettò quello che era stata un uomo buono e venerato da tutti.
– Oh, sì. Sei nel posto giusto. Come tutti. O pensi che Dio possa sbagliare? – rispose il demone e sorrise persino, mentre con una mano apriva il cancello da cui caddero pezzi di ruggine e fuliggine.
– Non ho forse servito il Signore per tutta la mia vita? Non ho forse dato tutto me stesso per Lui? – cercò di difendersi Tomas.
– Sì, lo hai fatto. E’ tutto scritto qui – rispose l’Angelo reietto facendo magicamente apparire nella sua mano dalle unghia gialle e ricurve, un quaderno vecchio, strappato e pieno di scritte incomprensibili.
– E allora perché sono qui? Perché vuoi che io entri attraverso quella porta?
L’Angelo fece scorrere alcune pagine dal suo consunto e cadente fascicolo.
Si fermò in un punto preciso e alzò gli occhi su Tomas. Occhi rossi, strabuzzanti.
– Sei stato condannato alla perdizione per mille di mille secoli e ringrazia la tua Fede che ti ha salvato dalla dannazione eterna – poi, vedendo l’espressione terrorizzata di Tomas, fece una specie di sorriso, quasi fosse dispiaciuto – Ma prima o poi sarai perdonato, non temere. Alla fine, perdona tutti… bè, quasi tutti.
– Condannato per cosa? Che cosa ho fatto?
– Omicidio – disse l’Angelo con voce greve.
– Omicidio? Io non ho mai ucciso nessuno.
– Hai ucciso le creature di Dio.

– No, ci deve essere un errore, io non ho mai…
L’Angelo lo fermò con un gesto della mano.
– Errore? Qui non è possibile fare errori. Dio non fa errori. Non te l’ho già detto?
Tomas cadde in ginocchio.
– E sia – disse in un sussurro – ma almeno puoi dirmi chi ho ucciso?
L’Angelo aprì nuovamente il quaderno e lesse a voce alta.
– Nel corso della tua vita hai ucciso senza pensarci 653.873 zanzare; 145.601 mosche; 999.831 formiche. Hai eliminato 15.106 ragni e da bambino hai ucciso 3 lucertole. Vuoi che continui? Sono tutte creature che Dio ha messo sulla terra e che tu non avevi diritto di ammazzare.
– Io non sapevo che…
– Vieni Tomas, è ora di andare.
Tomas si alzò e lo seguì barcollante e di nuovo rabbrividì, quando il demone lo prese per un braccio.
Entrò attraverso quel buio cancello a testa bassa, mentre sentiva nelle orecchie, di nuovo, le voci straziate delle comari, dei bambini e degli uomini del paese, che continuavano a dire quanto fosse stato bravo e quanto fosse stato buono, chiedendosi tra loro se in quel momento fosse già al cospetto di Gesù per porgli le sue domande.

 

 

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