L’alimentazione nel basso Medioevo

a cura di Giovanna Barbieri

Al contrario di quello che si può presupporre, l’alimentazione della popolazione nell’alto e basso Medioevo era piuttosto varia, soprattutto nella bella stagione. Contadini e nobili allevavano animali da cortile (galline, oche e anatre) e naturalmente ne mangiavano le uova. Anche la piccola cacciagione era molto diffusa (lepri, quaglie, pernici, fagiani e altri volatili selvatici), uccisi con archi o trappole nei terreni comuni o in quelli di proprietà dei nobili, i contadini ne traevano un sostentamento non secondario pagando al signore locale un fitto. I villani, su permesso dei nobili, potevano uccidere anche cervi, orsi e cinghiali, la cui razza si mischiava con i maiali domestici. La conservazione avveniva con insaccamento o affumicatura, mentre con la frutta (mele, prugne, fragole) e verdura si producevano marmellate o salse piccantissime da gustare con la carne. Il pesce infine era allevato a “domicilio”, nei torrenti, canali, vivai e paludi, soprattutto storioni, trote, lucci, anguille e salmoni, per non dimenticare crostacei e molluschi di ogni sorta. Non mancavano sulla tavola di ricchi e poveri i formaggi stagionati di capra e pecora, soprattutto al nord, burro e altri formaggi freschi da consumare subito. La mucca era costosa e poco diffusa sia al nord che al sud, se non in qualche ricco monastero. Per quanto riguarda la coltivazione di cereali, nel XII-XIII secolo in primavera si seminava soprattutto miglio, pànico, sorgo. Queste granaglie si adattavano ai climi umidi del nord e in autunno c’era la segale (nell’alto Medioevo), avena e orzo, indispensabili per la preparazione di pane nero, zuppe e polente. Nella parte meridionale dell’Italia, dato il clima più caldo, si piantavano soprattutto semi d’orzo e frumento (miglio, avena, farro, segale), non grano puro. Ovviamente la quantità a disposizione degli abitanti dipendeva dai capricci del clima( freddo, piogge eccessive, tempeste o siccità) e dalle guerre, che vanificavano le fatiche dei contadini. Anche in periodi di carestia comunque la Chiesa pretendeva la decima e il signore locale i tributi, dunque ben poco restava ai servi della gleba. La situazione migliorò con l’invenzione dell’aratro a ruota al posto di quello primitivo di origine romana. Il nuovo attrezzo rompeva infatti più la terra umida e grassa del nord più in profondità e non necessitava di una successiva aratura trasversale. Tutti coltivavano grandi orti: ceci, lenticchie, piselli, barbabietole, cipolle, carote, aglio e cavoli, sui quali non pendevano né la decima della chiesa né i tributi.

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