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Intervista a Paolo Lanzotti

Buongiorno Paolo, grazie per aver accettato il nostro invito nel salottino virtuale di Septem. Ho letto il tuo ultimo romanzo, un thriller storico targato tre60 ambientato a Venezia, “I guardiani della laguna” il titolo. 

Innanzitutto raccontaci qualcosa di te e del tuo percorso letterario, come ti sei avvicinato al mondo della scrittura?

Ho sempre amato raccontare storie, fin da bambino. Ma, anche se può sembrare strano, sono dovuto arrivare ai 23, 24 anni, per decidermi a considerarla una possibilità concreta, da coltivare seriamente. Trascorso l’inevitabile periodo dell’apprendistato, ho cominciato a pubblicare dei racconti, su riviste di vario genere, e alcuni volumetti di poesie, che costituiscono il mio grande peccato di gioventù. Per una quindicina d’anni ho scritto anche un buon numero di articoli che riguardavano la mia professione d’insegnante. Ma per fare il cosiddetto “salto di qualità” ho dovuto attendere parecchio. Non sono stato il giovane fortunato che a vent’anni pubblica il suo primo romanzo e, magari, ha un successo immediato. Ho dovuto aspettare il mio momento. Anche perché, all’inizio, mi sono ostinato ingenuamente a inseguire generi letterari, come la fantascienza, che in Italia non hanno molto seguito e che rischiano, in quanto scrittore, di relegarti in un limbo da cui è difficile uscire. Comunque sia, il primo lavoro che ho pubblicato con una casa editrice di primo piano, la Piemme, è stato un romanzo per ragazzi, in seguito tradotto e pubblicato anche in Spagna. Poi sono approdato al giallo storico: il genere che mi ha dato le maggiori soddisfazioni. In quasi tutti i casi, ad aprirmi le porte della pubblicazione è stata la vittoria in un concorso. Per citarne alcuni, il premio Città di Verbania, del Battello a Vapore, o il premio Tedeschi, del Giallo Mondadori. Come puoi capire, partecipare a un concorso letterario per inediti è un po’ come acquistare un biglietto della lotteria sperando di aggiudicarsi il premio maggiore. La concorrenza è altissima, il risultato è tutt’altro che scontato e, se non vinci, il tuo romanzo sparisce, anche se è stato selezionato tra i quattro, cinque finalisti, come mi è successo in altre occasioni. Il mio è stato, quindi, quasi sempre un percorso a ostacoli, che in alcuni momenti mi ha fatto anche dubitare di poter andare avanti. Ma scrivere è un’attività troppo bella, troppo appagante, per arrendersi alle difficoltà. 

“I guardiani della laguna” è ambientato nella tua Venezia, città dove sei nato, com’è stato fare un balzo indietro nel tempo, nel 1753, e raccontare quel particolare momento storico?

La storia è una materia che mi appassiona. Non parlo della storia che si studia nei libri scolastici, fatta di date, di battaglie, di conquiste e di personaggi la cui “grandezza”, spesso, consiste nell’essere stati dei feroci massacratori o degli implacabili tiranni. Parlo della vita quotidiana, della mentalità, delle abitudini, dei desideri, dei sogni, delle paure di donne e uomini che non ci sono più, ma ai quali noi tutti dobbiamo ciò che siamo oggi. Quindi, superate le esperienze iniziali, un po’ caotiche, approdare al romanzo storico è stato quasi naturale, per me. Il mio primo giallo, pubblicato a suo tempo da Piemme, era ambientato nella Mesopotamia del 2000 AC. Ma presto è prevalsa la collocazione veneziana, che mi è più congeniale per ovvi motivi. In quanto al perché io abbia scelto proprio la metà del ‘700, per “I guardiani della laguna”, è presto detto. Ho trovato affascinante il contrasto tra una Venezia in piena decadenza economica e politica, e il luccichio della sua vita vivace, spensierata, quasi inconsapevole di se stessa. “Ballare mentre la nave affonda” si dice spesso, per descrivere una situazione del genere. Il ‘700 veneziano è un periodo contraddittorio, drammaticamente umano e pieno d’insegnamenti che dovremmo fare nostri, se fossimo abbastanza saggi da rendercene conto.

Le indagini di Marco, il protagonista, un Angelo Nero, braccio segreto e invisibile dell’inquisizione, sono ben articolate e anche intricate ma trovano un punto di arrivo nel finale, ovviamente top secret. Come è stato costruito il personaggio di Marco, che ho amato in maniera particolare anche per il suo lato decisamente umano?

Intanto, grazie per aver amato Marco Leon. In quanto alla tua domanda, delineare un personaggio non è mai semplice e il pericolo che ne esca qualcosa d’indefinito o di scostante è sempre in agguato. Marco è nato da un’idea semplice che si è complicata a mano a mano che cercavo di tratteggiarla dentro di me. All’inizio volevo solo che  fosse un giovane generoso, leale, con uno spiccato senso della dignità e del dovere. Insomma, qualcosa di molto diverso da certi “eroi negativi” in voga ai nostri giorni. Sono ben consapevole del fatto che un personaggio con caratteristiche del genere non è di moda e rischia di sembrare artificioso. Ma la mia idea era farne un “uomo d’altri tempi”, se mi permetti la definizione. Un giovane capace di lottare con fermezza per i suoi ideali senza cadere nell’opportunismo e senza dimenticare la propria umanità. Poi, a questi tratti caratteriali si sono aggiunti i problemi personali. Il dolore dei ricordi. L’incertezza delle scelte. Gli agguati della vita. Mi sono reso conto che Marco Leon era molto più di ciò che avevo immaginato all’inizio. Insomma, come accade spesso, il personaggio mi si è rivelato un po’ alla volta, quasi suggerendomi egli stesso ciò che avrebbe dovuto essere. In un certo senso potrei dire che si è costruito da solo. Io gli ho soltanto prestato la penna.

In un romanzo storico la domanda di rito è destinata alla ricerca storica da parte dell’autore. come ti sei documentato e quanto tempo hai impiegato prima di iniziare a narrare questa storia?

Ovviamente, per scrivere un romanzo storico è necessario conoscere quanto più possibile l’epoca nella quale lo si vuole ambientare. In ciò lo studio è fondamentale. Io non sono uno storico di professione, anche se ho insegnato la materia per anni. Ho quindi dovuto documentarmi a trecentosessanta gradi, leggendo ogni testo che mi capitava sotto mano, prendendo appunti, riflettendo su qualsiasi spunto potenziale e cercando d’interiorizzare, di fare mia l’atmosfera dell’epoca. È stato un processo piuttosto lungo. Prima di sentirmi abbastanza sicuro da poter iniziare a scrivere sono passati all’incirca due anni. Ma il lavoro di ricerca, in realtà, è proseguito anche dopo e continua tutt’ora. Ci sono sempre un’infinità di cose nuove da scoprire, nella storia di un popolo o di una città, e credo che il processo potrebbe andare avanti all’infinito. Tuttavia non mi pento del tempo che dedico alla ricerca. La mia speranza è poter travasare ciò che imparo in altri romanzi. Ma se ciò non dovesse accadere (lo dico facendo tutti gli scongiuri possibili, naturalmente) non sarà stato comunque tempo perso. Cosa c’è di più bello e di più importante dell’allargare le proprie conoscenze?

Siamo in una Venezia in pieno carnevale che ci racconterai come era diverso da quello che conosciamo oggi, per tempi e per significato anche, le maschere la fanno da padroni e mi incuriosisce molto scoprire le sostanziali differenze tra l’una e l’altra. 

Il carnevale dell’epoca era diverso perché era diversa l’epoca stessa. Oggi, covid permettendo, abbiamo a disposizione una grandissima varietà d’occasioni di svago e, soprattutto, abbiamo il tempo per poterle sfruttare. A quell’epoca l’unica, vera distrazione era lo stare insieme in allegria, magari cadendo anche nel goliardismo. In ciò, il carnevale rappresentava l’evento ideale, poiché offriva agli incontri il massima della libertà. Si aprivano i teatri. Ogni scherzo era lecito. Si abbassava la soglia del pudore. Si indossavano le maschere e ciascuno poteva fingere d’essere ciò che non era. Oggi il carnevale è diventato un evento come tanti altri e il mettersi in maschera è soprattutto una forma d’esibizionismo, di autocelebrazione. A quel tempo rappresentava la possibilità di far emergere quegli impulsi interiori che altrimenti sarebbero rimasti nascosti. Per questo era così sentito.

In poche parole incuriosiscici e raccontaci qualche aneddoto occorso durante la scrittura del romanzo.

Per essere sincero, non ho molto da dire in proposito. La scrittura è stata lunga, in alcuni momenti faticosa e piena di dubbi. Ma tutto ciò fa parte della normalità, per uno scrittore. Forse il solo, piccolo aneddoto che posso raccontare è il seguente. Conclusa la stesura, il romanzo ha avuto la somma sfortuna di finire nelle mani di un sedicente “agente letterario”. Questa persona – di cui non farò il nome per ovvi motivi – ha tenuto il mio lavoro chiuso in un cassetto per anni, continuando a dirmi che il testo era validissimo, ma che non era ancora il momento di presentarlo agli editori. Come dicevo, la cosa è andata avanti per anni. Poi, a un certo punto, il cosiddetto “agente” è semplicemente sparito nel nulla, di punto in bianco, senza fornirmi alcuna spiegazione. A quel tempo, lo confesso, il suo comportamento mi ha spinto sull’orlo della depressione. Oggi lo ringrazio. Se non se ne fosse andato spontaneamente, il romanzo, magari, sarebbe ancora inedito e io non avrei mai incontrato l’agenzia letteraria Alferj e Prestia, che ora si occupa di me con ben altra professionalità. 

Ho sottolineato moltissime citazioni che sono pillole applicabili anche ai tempi contemporanei. C’è un passaggio o una citazione particolare che hai fatto più tua?

Una frase alla quale sono affezionato è questa: “La vita è una commedia di cui dovremmo conoscere bene il copione, dato che siamo costretti a recitarla ogni giorno. Ma la trama è oscura, i ruoli sono distribuiti male e il capocomico è assente”. Forse è una considerazione amara, ma credo sia quella che fotografa meglio di tutte la mia visione dell’esistenza. Tra l’altro, ho visto che ha colpito anche alcuni lettori. Segno che la mia posizione non è poi così insolita.

In Marco c’è un po’ di Paolo?

Quando non si scrive solo per se stessi, quando la scrittura cessa d’essere un semplice passatempo, per quanto magnifico, e diventa una “professione”, la prima cosa che lo scrittore cerca di fare è andare al di là dall’autobiografia. Allora sente il bisogno d’esplorare caratteri nuovi e di descrivere esperienze che non ha mai vissute, Insomma, avverte la necessità di diventare qualcosa d’altro da sé. Essenzialmente, essere un autore significa riuscire a raccontare anche ciò che non si è mai conosciuto in prima persona. Se non fosse così, molti rocamboleschi romanzi d’avventura, molti intricati gialli polizieschi, molte appassionanti storie d’amore non sarebbero mai stati scritti. Potersi appoggiare alle proprie esperienze è un gran bel aiuto, ma nessuno scrittore può raccontare sempre e solo ciò che ha vissuto. Detto questo, è altrettanto vero che nessun autore può prescindere interamente da se stesso e dalla proprio esperienza. Quando disegniamo un personaggio gli diamo sempre qualcosa di noi, magari inconsciamente, senza rendercene conto. In alcuni casi, gli diamo ciò che noi vorremmo essere. Quello che di me ho dato a Marco Leon è la tenacia. Se ti ricordi, a un certo punto Marco dice che i suoi peccati capitali sono l’orgoglio e la caparbietà. Ecco, Marco mi assomiglia in questo. È un uomo testardo. In senso positivo, spero.

Ti ringrazio per il tempo che ci hai concesso e ti lascio uno spazio per raccontarci qualcosa dei tuoi progetti futuri o un messaggio che hai voluto celare ne “I guardiani della laguna” per i lettori.

I miei progetti futuri sono molto semplici: scrivere, scrivere e poi scrivere ancora. In particolare sto continuando la serie iniziata con “I guardiani delle laguna”, sperando appunto che possa avere un seguito. Ovviamente tutto dipenderà dal gradimento dei lettori. Come sai e come si può immaginare, gli editori non sono dei mecenati. Non siamo ai tempi di Lorenzo il Magnifico. Se il romanzo non avrà almeno un discreto successo di pubblico, dubito che mi concederanno una seconda possibilità. Ma voglio essere ottimista e quindi mi sto già dando da fare per coinvolgere Marco Leon e gli Angeli Neri in nuove avventure. In quanto al messaggio…. Be’, tutto il romanzo è permeato di un concetto che, in questo momento, è drammaticamente attuale, per l’Italia: ai periodi di crisi bisogna reagire. E non importa quanto sia difficile. La dignità ha comunque il suo valore. 

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