#7 – LO SCHELETRO NEL CASSETTO di Michele Fierro

Il minuscolo stanzino, semibuio e umido, stava a lato del vestibolo, soltanto due passi sulla destra entrando dopo aver varcato il portone di ingresso.
Nelle intenzioni dell’architetto che l’aveva fatto costruire, doveva servire come deposito per i formaggi, lasciati lì a stagionare e a portata di mano dalle cucine lì a fianco, collegate da una porticina interna che qualcuno aveva fatto chiudere certamente per ragioni di sicurezza.
Quando era passato da quel portone la prima volta, giovane notaio di provincia in cerca di casa a Firenze, si era domandato da subito dove conducesse quella porta consunta e malandata, ma tenne per sé la sua curiosità, così attento ad ascoltare le spiegazioni del capomastro che gli illustrava passo per passo quali lavori si dovessero fare per rimettere in piedi quell’edificio tanto malridotto.
Piero se ne innamorò al primo sguardo. Quella casa, così vicina alla chiesa di Santa Maria delle Vigne, doveva essere stata fatta costruire per l’appunto da un vignaiuolo e dopotutto, considerato quanto erano distanti dalla piazza dei Priori, le vigne che ancora resistevano tutto intorno avrebbero continuato a farlo ancora per lungo tempo.
Quel panorama così bucolico e tanto semplice, quanto rasserenante, gli ricordava la sua Vinci e poco gli importava se per raggiungere i suoi clienti di Signoria doveva scarpinare un bel po’. A lui piaceva godersi la strada e gli umori della gente e, dopotutto, aveva bisogno di farsi conoscere e conoscere egli stesso i suoi nuovi concittadini e non c’era maniera migliore che incrociarli per strada e fermarsi con loro a scambiare quattro amabili chiacchere.
E dire che il capomastro, che lo aveva aiutato a contrattare l’acquisto del rudere, lo aveva anche messo in guardia:
«O bbella! La non mi dirà che s’ha dda ‘omprà ‘uesto ‘atorcio? Ma vvoi ce lo sapete ‘he ci saranno più di millecinquecen’ passi pe’ giunger alla piazza?»
Quel vecchio brontolone nemmeno se lo immaginava quanta strada si doveva fare dalle sue parti, anche soltanto per andare in visita da un parente. Senza contare, poi, certi sentieri stretti e ripidi che si inerpicavano sul Montalbano, quelli che aveva fatto su e giù consumandoli, quando si avventurava a caccia cavalcando la montagna. Il capomastro, dopo avergli fatto quella domanda, rimase a guardarlo, scettico e incredulo come solo un fiorentino sapeva fare. Certamente stava pensando che di matti ne aveva conosciuti, ma come quel giovane pistoiese non ne aveva incontrati mai.
Piero ci penso su un momento prima di rispondergli, anche se in effetti non ne aveva affatto bisogno. Sapeva benissimo cosa dire, ma dentro di sé si divertì a lasciare sulle spine quel tizio grande e grosso che aveva la lingua di gran lunga più veloce della gamba. Sposto il peso del corpo di lato, alzando la testa verso il cielo, come per cercare l’ispirazione altrove, nel vuoto. Si appoggiò la mano al mento, con fare pensieroso, tanto che il capomastro stava per arrendersi all’evidenza che il suo interlocutore si fosse addormentato ad occhi aperti, e quando quel tale ormai non ci sperava più, aprì la bocca per parlare. E lo fece tutto di un fiato.
«Vede, messere, io proprio non lo so cosa ci sia in questa casa che mi attira. Tuttavia, e potrei sbagliarmi, nemmeno voi sapete con esattezza cosa vi respinga da me.»
Il capomastro dovette rimanere per un po’ interdetto, perché per qualche lunghissimo secondo non spiccicò mezza parola, rimanendosene là a bocca aperta. Certamente doveva essere rimasto colpito dalle sue parole. Parole dette con garbo e gentilezza, ma dal tono decisamente di sfida. In fin dei conti, Piero gli aveva fatto a sua volta una domanda e, per quanto il vecchio artigiano non fosse un uomo di concetto, doveva averla capita fin troppo bene, visto che non sapeva esattamente come recuperare terreno. A quel tale, l’affare doveva interessare e anche molto, e aveva compreso che si era spinto un po’ troppo oltre in quella conversazione e quel giovane notaio di provincia non l’aveva presa per niente bene.
Dal canto suo, Piero si godette la scena con tutto sé stesso. Era sempre stato un tipo alquanto pratico e di temperamento, a tratti persino geniale, qualità che poco si addicevano alla carriera di un notaio e che nessuno al mondo, meno che meno l’uomo che aveva davanti in quel momento, poteva sospettare. Lo sconcerto che sapevano produrre certe sue uscite decisamente inusuali, quando gli capitava di conversare con degli sconosciuti, era qualcosa che sapeva dargli sempre grandi soddisfazioni.
Di come andò a finire quella volta, Piero ne aveva raccontate diverse versioni, a seconda di chi ci fosse lì di ascoltarlo raccontare quell’aneddoto. Ne cambiò così tante che quasi non sapeva più distinguere quale fosse quella vera. Per certo, comunque fosse andata, ricordava distintamente il capomastro a capo chino che gli fece cenno di seguirlo, mentre si avventurava sulla scala che conduceva al piano ammezzato, bofonchiando e farfugliando parole incomprensibili di imbarazzo.
Dopo che era passato qualche anno da quel giorno, ogni volta che risaliva quella scala, ormai riportata all’antico vigore e ricesellata di bellezza, gli sovveniva quel vecchio e cercava, senza mai ovviamente riuscirci, di riportare alla memoria quei suoni scomposti che aveva sentito, nella speranza di riuscire a riconoscere le parole che avevano voluto essere.
Aprì la porta e varcò la soglia di quella piccola stanza, riconoscendo a tentoni la forma della bugia che stava appoggiata su una madia di quercia, subito a destra dell’uscio. Aveva portato con sé l’acciarino e del cotone al salnitro per accendere la candela, già sapendo che l’unico finestrello presente non sarebbe bastato a rischiarare a sufficienza l’ambiente, e dette fuoco allo stoppino. Suo figlio era a bottega dal Verrocchio, ormai era diversi mesi che ci andava, e non sarebbe tornato che verso sera. Teneva un mucchio di roba in quel vecchio deposito, sin da quando, dopo poche settimane dal suo arrivo a Firenze, aveva scelto quelle quattro mura per trascorrere tutto il tempo che aveva a disposizione per i suoi studi e il suo diletto. Niente che avesse mai davvero svelato a suo padre.
Erano così simili e, per certi versi, così differenti. Leonardo era schivo, non gioviale come suo padre, eppure aveva preso da lui quella vena di genialità che lui teneva sopita tra codici e codicilli, compravendite, prestiti e testamenti. Piero lo aveva intuito e aveva intuito anche quanto suo figlio ne fosse quasi imbarazzato. Aveva capito che il suo ragazzo, come soleva dirgli il maestro Verrocchio, si sentiva quasi a disagio a parlare con gli altri. Lo aveva scoperto, un giorno che il ragazzo lo credeva distratto, prendere un appunto su un triangolino di carta spuntato magicamente dalla tasca della sua casacca. Usando un carboncino sbucato da chissà dove, gli vide tracciare linee e punti con la mano sinistra sospesa nel vuoto, passando da destra verso sinistra e rilasciando segni che non gli riuscì di decifrare.
Sapeva che quello stanzino sarebbe stato pieno di quei pezzi di carta. Quaderni e rotoli che Leonardo teneva gelosamente secretati sulle scansie chiuse che si era costruito con le sue stesse mani.
Doveva sbrigarsi se non voleva farsi scoprire da qualcuno in casa. Sua moglie, che del ragazzo non era la madre, non vedeva di buon occhio né suo figlio, né le attenzioni che Piero gli riservava e l’uomo non aveva alcuna voglia di provocare burrasca.
Aprì un cassetto del grande tavolo da lavoro completamente vacante e sgombro. Era zeppo di ogni cosa, cacciata dentro alla rinfusa, come se lo spazio fosse stato usato per nasconderle, quelle cose. Afferrò la massa informe di pezzi di legno, carta e spago e la distese sul piano. Alla luce della fiammella, gli balzò subito all’occhio un pezzo di carta più grande degli altri, ripiegato in più parti che dispiegò stando molto attento a non lacerarlo. Sulle prime non gli riuscì di capire cosa fosse, poi d’improvviso gli sovvenne e ne fu immediatamente colpito.
Lo scheletro raffigurato, come fosse lo studio di un qualche animale, non era disegnato di ossa e giunture come certe immagini che i cerusici tenevano nei loro laboratori. Sembrava più una costruzione, qualcosa dalle linee più nette, certamente di legno. C’erano, poi, quelle grandi vele, probabilmente di stoffa, ai lati dell’uomo che sosteneva tutto quel marchingegno sulla sua schiena. Tutto intorno, tanti piccoli disegni dello stesso macchinario, come fossero timide prove, altri esperimenti. Chissà se il ragazzo li aveva tracciati prima o dopo di quello più grande, al centro.
Piero non avrebbe saputo dirlo, nessuno avrebbe saputo farlo, forse nemmeno Leonardo. Il suo giovane genio che da qualche tempo aveva tirato fuori la testa da quella stamberga per avventurarsi nel mondo. Il suo ragazzo, suo figlio – pensò Piero – che non sapeva spiegargli quello che aveva dentro. Ma lui lo aveva capito ugualmente.
E aveva capito anche che forse quella macchina, disegnata lì su quel pezzo di carta, avrebbe potuto anche volare.
Leonardo, invece, stava già volando.
Di questo ne era sicuro.

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