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IL SIGNORE DELLE FURIE DANZANTI DI LUIGI DE PASCALIS

Recensione di Claudia Renzi

Non è insolito per gli dèi dell’Antica Grecia assumere sembianze umane o animali per raggiungere un loro scopo, ma quando alla porta del senatore Afranio Celere, a Miseno, si presenta un uomo sostenendo di essere nientemeno che Dioniso, la perplessità è inevitabile.

La moglie del senatore, Aurelia Minor, appare turbata dalla visita, quasi vi sia davvero qualche cosa di sovrannaturale in atto, e tuttavia il suo atteggiamento è ambiguo: qual è il legame tra la misteriosa apparizione del dio del caos dalla irresistibile fascinazione e la rispettabile matrona?

Dioniso, ovviamente, non è solo: ad accompagnarlo nell’insolita visita c’è una piccola avanguardia del suo celebre e terrificante corteo, le Mènadi. Solo Sileno, troppo bonario per la trama intessuta da De Pascalis, è assente. Il trio intona un canto rituale orfico, che getta nell’inquietudine gli abitanti della villa:

Afranio si girò verso la moglie. Era pallida si gingillava nervosamente 

con l’unico gioiello che possedeva sin da quando si erano conosciuti e 

che non toglieva mai: un anello d’oro adorno di un’ametista su cui era incisa

una menade danzante. Le prese le mani fra le sue. Erano davvero gelide. (p. 39)

La sapiente penna di De Pascalis catapulta il lettore nella Roma del IV sec. d.C., che vede sullo sfondo il delicato periodo di transizione dalla religione pagana a quella cristiana, che porterà all’imporsi, anche prepotente, di quest’ultima. La stessa nascente Chiesa, nonostante non sia troppo lontano il Concilio di Nicea, è pervasa da lotte intestine, che vedono il contrapporsi di ben due vescovi dalle visioni contrastanti, al limite dell’eterodossia: l’anziano Damaso e il più giovane Ursino. 

Gli gnostici come Ursino, quei ciechi, non avrebbero mai

visto ciò che per lui era assolutamente chiaro: il segreto per durare

fino al tempo forse lontanissimo della resurrezione dei morti, 

era la creazione e la difesa di una ferrea gerarchia. 

In nome e per conto di Dio, naturalmente. (p. 265)

A Roma, lo stesso Caio Flaviano Celso, primicerius degli exquisitores, ovvero magistrato, protagonista suo malgrado di un’indagine spinosa, è seguace di Mithra, la religione esclusivamente maschile che pure lascerà dei simboli al Cristianesimo, a partire dal dio che nasce da una vergine (in altre versioni Mithra nasce da una roccia), fino al dualismo tra bene e male e la simbologia solare: del resto anche Mithra, come Horus prima di lui, e come – convenzionalmente – Gesù dopo, nasce il 25 dicembre, festa che per i Romani era dedicata al Sole Invitto. 

Caio Celso si trova ben presto coinvolto, applicando un metodo logico-deduttivo che lo rende simile ad uno Sherlock Holems ante litteram, in una serie di incomprensibili e apparentemente slegati delitti, a cominciare dal rinvenimento, nelle torbide acque del già non più biondo Tevere, del corpo di una giovane donna: ben vestita e senza segni di evidente violenza. Un anello d’oro e un’abrasione sulla caviglia sono gli unici indizi da cui partite. Senza saperlo, indagare su questo mistero condurrà Caio Celso a scoperchiare, è il caso di dirlo, il vaso della paganissima Pandora. A muovere le sue azioni sarà il coinvolgimento diretto della sua amata schiava, la muta Lidia. 

Tra le prime domande che il magistrato si pone ne emerge una: il sedicente Dioniso è davvero chi dice di essere? Tutto concorre a farlo credere, eppure nella vicenda niente e nessuno è quello che sembra e il colpo di scena, come a teatro, è dietro l’angolo. 

Difficile credere a un dio che si aggira tra gli uomini come

un qualunque mortale, perseguendo un disegno criminoso

 apparentemente senza senso. Ma è difficile anche credere che gli

dèi non esistano e che i fondamenti del mondo si riducano

unicamente a ciò che si vede e si tocca. (p. 120) 

Nel dipanarsi della vicenda emerge prepotente il ruolo delle Mènadi, che danzano invasate da Dioniso, dio delle forze vitali, e il loro obiettivo: non il noto nettare del loro dio, ma il sangue di Roma. 

Il primicerius volse lo sguardo al soffitto. In un angolo, sopra

la sua testa, c’era una ragnatela. Era quasi una metafora dell’altra

in cui i suoi ragionamenti si dibattevano come mosche. (p. 248)

Un aiuto inaspettato ma determinante per Caio Celso arriverà da Livilla, giovane sveglia e innamorata del maturo magistrato, rimasto solo, e dalla vestale massima, Claudia Pretestata, sorella di Agorio, senatore e ierofante di Eleusi, nonché patrona della giovane popolana. Con lei e altri personaggi dalla vivace caratterizzazione, Caio Celso si troverà a muoversi in una Roma arcana, ancora prepotentemente pagana, dove tutto assume un doppio significato, umano e mistico, spesso catartico. Un periodo quasi sconosciuto, che però De Pascalis descrive con notevole perizia, con una scrittura leggera, leggibile senza quasi accorgersi della mole di informazioni che, nel corso del viaggio, si immagazzina.

Il Campo Scellerato si trovava tra porta Collina e porta Nomentana,

non lontano dalla caserma degli equites singulares. Era il luogo dove

si facevano bruciare i morti, dove venivano seppellite vive le vestali

colpevoli di avere infranto il voto di castità e dove, nelle notti pro

pizie a certi dèmoni, megere e fattucchiere andavano a raccogliere

erbe e radici con cui confezionare le loro pozioni. (p. 249)

Le domande che Caio Celso si pone sulla defunta amata Lidia troveranno una risposta clamorosa, che farà apparire chiaro, finalmente, il mosaico al protagonista: la vecchia Ino, balia – e forse altro – di Lidia, lo condurrà nel cuore di un antichissimo luogo di culto dedicato ad un’altra divinità greco-romana, Artemide, poi Diana: il lago di Nemi e il circostante, mistico bosco nemorense, nucleo di un culto più antico di quello di Diana stessa, e di Iside e Cibele prima di lei: la Grande Dea Madre, e gli aprirà, con le sue parole, uno squarcio sul sincretismo che aveva portato e porterà ancora alla fusione e sovrapposizione di dei e dee in ogni tempo: Cristo/Osiride, Cristo/Dioniso, Cristo/Apollo… 

Perché in qualunque tempo, in qualunque parte del mondo, la religione, tutta

la religione, è anche – sono tentato di dire “è soprattutto” – teatro.

Pensaci: ogni rito religioso è la rappresentazione rituale, e dunque

teatrale, di un’unica vicenda: la morte e la rinascita di un dio. (p. 92)

Trama. Roma, anno 366 D.C. – dalle acque del Tevere affiora il cadavere di una sconosciuta che ha con sé un anello, che la collega al culto dionisiaco. È inizio di una sconcertante vicenda su cui indagano due magistrati romani: Caio ce L so e alipio. Sullo sfondo un impero con due capitali, Treviso e Costantinopoli, due imperatori, Valentiniano e valente e due religioni: quella degli antichi dei e quella cristiana. Persino i fedeli cristiani si dividono tra due vescovi rivali, dàmaso e ursino. Caio ce L so, seguace di Mithra e della filosofia di Seneca, capisce di trovarsi di fronte ad un intrigo in cui cristiani e pagani, nobili e plebei, schiavi e liberti perseguono i propri scopi, nascondendosi dietro mille maschere. Il Signore delle furie danzanti è un thriller di straordinaria suggestione che, attraverso la chiave del mistery, ci mostra impero romano del IV secolo D.C. Come illuminante metafora del mondo contemporaneo. Luigi de Pascalis ci restituisce il passato con correttezza storica e stile coinvolgente.

  • Editore : La Lepre Edizioni (30 dicembre 2020)
  • Lingua : Italiano
  • Copertina flessibile : 386 pagine

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