Le avventure di Pinocchio di CARLO COLLODI

Trama

Un classico della letteratura per ragazzi entrato a pieno titolo fra le grandi opere della letteratura italiana, attirando da decenni l’attenzione anche degli adulti. Pinocchio, il burattino ricavato da un pezzo di legno, è l’incarnazione dell’infanzia di ogni tempo: è portato a disubbidire ma anche a correggersi, può farsi influenzare  dalle brutte compagnie ma ciò lo aiuta a distinguere fra il bene e il male, mente salvo pentirsene in seguito, fugge dal suo creatore salvo ritornarci e alla fine il senso della bontà e della giustizia prevalgono in lui e nel racconto. In fondo, come sosteneva Benedetto Croce, “il legno in cui è intagliato Pinocchio è l’umanità”.

 

 

 

Il destino di un libro come Le avventure di Pinocchio è d’esser nato come un fantastico libro per bambini, per diventare poi, cammin facendo, un grande libro per grandi, senza smettere mai d’essere un fantastico libro per bambini. In questa duplicità, a tal punto ricorrente da divenire, se così si può dire, permanente, stanno il suo fascino, la sua illimitata disponibilità alla lettura, la sua capacità di parlare a popoli e generazioni diversi e di rivestire, al di là della versione originaria, altre forme e altri linguaggi in movimento.

Pinocchio, o, per citare il titolo esatto dell’opera, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, fu pubblicato a puntate sul Giornale dei bambini a partire dal 7 luglio 1881. Fra il luglio e la fine di ottobre di quell’anno apparvero, a scadenze abbastanza regolari, i primi quindici capitoli, l’ultimo dei quali si conclude con l’impiccagione del burattino da parte della losca coppia Gatto e Volpe e la sua presunta morte. Sicuramente la storia, nelle intenzioni dell’autore, doveva concludersi lì: non a caso l’autore vi appose in fondo la parola fine, regolarmente passata alla stampa.

Non sappiamo per quale motivo Collodi decidesse di riprendere la narrazione, ma c’è da sospettare che lo facesse per le insistenze di Guido Biagi, vecchio amico suo e uno dei principali animatori in quel momento del Giornale dei bambini. Fatto sta che, con il 16 febbraio 1882, i capitoli riprendono a uscire, a intervalli piuttosto grandi compaiono lungo tutto quell’anno e l’ultimo, il XXVI, esce il 25 gennaio 1883 (…).

Io penso che Pinocchio possa (forse debba) esser letto, oltre che come un libro di avventure per bambini oppure come un libro di proposta pedagogica, come un libro di metamorfosi. Il meccanismo fondamentale e al tempo stesso il tema radicale del protagonista è la trasformazione, il continuo passaggio del protagonista da una condizione all’altra. Persino l’incessante dinamismo, di cui abbiamo parlato, e le inquietudini psichiche, da cui il protagonista non è esente, sono indizi di una costante inclinazione alla trasformazione (…).

Questi “transiti” si compiono in un mondo in cui è raramente dominante la luce del giorno. Anzi: si potrebbe dire che Collodi colloca buona parte della narrazione (direi quasi sicuramente più di un terzo, forse la metà) in un contesto notturno. Aggiungo: questo contesto notturno è in genere tempestoso e invernale (spesso il freddo s’accompagna alla fame). Ancora: nel contesto notturno tempestoso e invernale si svolgono le (dis) avventure più clamorosamente catastrofiche di Pinocchio (…).

A questa ambientazione notturna s’accompagna spesso, a turbare anche da questo punto di vista il tranquillo svolgimento di un racconto di fiaba, la vera e propria ossessione mortuaria, da cui Collodi sembra essere tormentato (dalla morte di Pinocchio stesso, svoltasi e descritta in maniera orribile, a quella della Fatina, con conseguenti ostentazioni funerarie, ecc.) (…).

Pinocchio anticipa quasi la favola horror…:la casina che biancheggia nella notte con alla finestra la fanciulla come immagine di cera a Poe sarebbe certamente piaciuta. Come sarebbe piaciuto a Hoffman l’omino di burro che guida nella notte il carro silenzioso dalle ruote fasciate di stoppa e di cenci, tirato da due pariglie di ciuchini calzati di stivaletti. Ogni apparizione si presenta in questo libro con una forza visiva tale da non poter essere più dimenticata: conigli neri che trasportano una bara, assassinio imbacuccati in sacchi di carbone che corrono a salti e in punta di piedi.

 

Recensione a cura di Cristina Costa

 

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