NON LASCIARMI – KAZUO ISHIGURO

Trama

Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole “donatore” e “assistente”? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.

Copertina flessibile: 304 pagine

Editore: Einaudi (24 giugno 2016)

Collana: Super ET

Lingua: Italiano

ISBN-10: 8806231774

ISBN-13: 978-8806231774

Protagonista e voce narrante di questo romanzo è Kathy, una donna ormai trentenne. Questa storia è fatta dai suoi ricordi. Ci racconta la sua infanzia, ricorda principalmente Hailsham, un collegio immerso nella campagna inglese, un luogo speciale per i protagonisti. Ci racconta in particolare la sua amicizia con Ruth e Tommy. I tre hanno personalità completamente diverse, ma sono legati profondamente. E’ in questo ricordare che è facile perdersi, per Kathy, in continue digressioni mentre racconta della sua vita tra le mura del collegio e poi ai Cottages. Ma da subito si avverte una nota stonata nel racconto. Quella in cui vivono Kathy, Ruth e Tommy è una società alternativa, in cui dopo la Seconda Guerra Mondiale si sono avuti dei progressi scientifici enormi che hanno portato alla clonazione umana. Loro stessi sono cloni, agnelli sacrificali, polli da batteria, pezzi di ricambio creati con l’unico fine di donare organi per guarire dal cancro le persone “normali”. L’idea delle donazioni viene somministrata agli studenti a piccole dosi. Alla fine sanno, accettano, ma non lottano. Si rassegnano.

“Non lasciarmi” non è il solito romanzo distopico. Qui non c’è azione, non c’è voglia di ribellione, non ci sono macroscopici regimi dittatoriali alla Orwell da abbattere. L’elemento distopico è qui ben nascosto tra le pagine, somministrato a piccole dosi, eppure è allo stesso modo terrificante perché ci parla di una società che per alcuni aspetti non è molto dissimile dalla nostra. Il messaggio che vuole lanciare e la traccia che lascia fanno discutere e riflettere non solo sulla vita in generale, ma anche sulla inevitabilità della morte, sulle cure mediche, su quanto lontano può portare il progresso scientifico (se veramente di progresso si può parlare) e su ciò di cui è capace l’uomo quando è in gioco la sua sopravvivenza. E poi c’è ovviamente il tema del libero arbitrio, dell’impossibilità dei cloni di scegliere per se stessi. Nessuno di loro è libero di costruire il proprio futuro. La loro destinazione è già stata scelta anche se sono esseri umani a tutti gli effetti con la stessa voglia di vivere, amare, viaggiare, vedere il mondo e provare emozioni.

La narrazione è fluida, quasi liquida, come liquida è la luce nelle corsie d’ospedale. L’amicizia, sentimento che lega Kathy, Ruth e Tommy, è un’amicizia che si aggrappa ai ricordi, che si nutre di comunanza. Non se ne avverte mai, però, la forza simbiotica. E’ capace di sopravvivere alle distanze e al tempo, ma sottopelle non riusciamo a trovarne il calore. E’ un’amicizia imperfetta, che a volte stride, difficile, spesso stonata. Ma come potrebbe diventare forte, salda, passionale, quando pende sopra di essa, sempre, la spada del tempo, che inesorabile passa e conduce velocissimamente e prematuramente ad una morte annunciata?

Dolore e sofferenza avvolgono delicatamente tutto. Non c’è rabbia, ma rassegnazione. C’è paura per un angosciante futuro.

E così le pagine scorrono anch’esse lente e inesorabili. Ci sono campi incolti che si vedono passare dai finestrini, paludi di fango che impediscono il cammino, pesanti cieli grigi. C’è desolazione e vuoto, specchio dell’inerte rassegnazione che troviamo negli animi dei personaggi.

Da dove viene, dunque, questo senso di inquietudine, di angoscia che ci accompagna sin dalle prime pagine del romanzo?

Forse la fragilità e la debolezza delle emozioni permettono al lettore di riempire le pagine vuote con la forza delle proprie, immedesimandosi in un incubo in cui la vita si mostra implacabile ed ingiusta, senza offrire scampo alcuno. Forse è proprio lo scontro tra la naturalezza dei ricordi semplici e il folle dramma in cui sono intrappolati i protagonisti, a investire il lettore lasciandolo spiazzato e svuotato interrogandosi sul valore della libertà e sul senso della vita. E dallo scontro fra due opposti, caldi e freddi, nasce la pioggia. Pioggia che investe, disturba, rattrista. Pioggia che si asciuga, ma lascia un desolante senso di solitudine. Il risultato è una distopia spiazzante, forte nonostante la sua delicatezza e tremendamente triste.


Recensione a cura di Cristina Costa

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