Scudi, bandiere e altre storie nel Palazzo Vecchio a Firenze. gli stemmi e le bandiere

Siamo giunti all’ultima parte di questo racconto che ci parla di Firenze e Palazzo Vecchio.

Per chi si fosse perso le puntate precedenti ecco dove trovarle:

Scudi, bandiere e altre storie nel Palazzo Vecchio a Firenze parte 1

Scudi, bandiere e altre storie nel Palazzo Vecchio a Firenze parte 2

a cura di Alfredo Betocchi

(…continua) Il martedì successivo, puntuali come un orologio, l’avvocato ed io ci trovammo davanti al bar dal quale si può vedere la piazza della Signoria e Palazzo Vecchio. L’avvocato, vestito sempre come l’avevo visto la prima volta, mi salutò poi mi propose: «Prendiamo un caffè?» «Volentieri, ma vorrei offrirglielo io, se prmette» gli risposi. «Oggi non ci infileremo in nessun corridoio segreto, ma rimarremo qui ad ammirare questo spettacolo splendido. Vi spiegherò gli stemmi che può vedere dipinti tra i beccatelli che sostengono il ballatoio, sotto quelle file di finestrine.»
Ci accomodammo a un tavolino esterno al bar e ordinammo i nostri caffè. Colsi l’occasione per cercare di chiarire le frasi criptiche che l’avvocato aveva lanciato alle mie reiterate richieste di spiegazione per l’esperienze precedenti.
«Eh, caro signor curiosone, non lo sa che Firenze è una città magica se la si sa guardare e se si conoscono i posti giusti?» mi apostrofò ridendo.
«Si, rispondo io, ma…»
«Senta, non ho molto tempo questa mattina e quello che devo raccontarle non è breve. Quindi mi ascolti e ne faccia tesoro.» Mi ammutolii. Quest’uomo aveva la rara facoltà di intimidirmi per non parlare della facoltà di stupirmi.
«Ecco, vede lassù in alto il primo stemma a sinistra, quello con la croce rossa su campo bianco?» attaccò l’avvocato sorseggiando il caffè «Se scorre con gli occhi gli stemmi, vedrà che si ripetono con una cadenza di nove scudi, tutti diversi. Questi sono i disegni delle nove bandiere adottate al tempo della Repubblica Fiorentina e riportati sul Palazzo nel 1313. Generalmente nel Medioevo, gli scudi riportavano i colori delle bandiere e non viceversa come potrebbe sembrare più naturale.
Dicevo dello stemma bianco con la croce rossa: nel manoscritto dell’Ordinamento di giustizia del Popolo e Comune di Fiorenza, completato il 6 luglio 1295, si legge “e debba avere il detto Gonfaloniere di giustizia uno grande gonfalone di buono e saldo zendado bianco con una grande croce rossa nel mezzo distesa”. Quindi questa era la bandiera del popolo e del Gonfaloniere di Giustizia.»
«Ma, chiesi incuriosito, perchè la gente di Firenze avrebbe dovuto avere una bandiera speciale?» «Perchè in reazione ai Magnati, cioè ai nobili che precedentemente avevano comandato in città, i borghesi vollero creare un simbolo che fosse allo stesso tempo politico e religioso. Ma andiamo avanti. Il secondo scudo è quello tradizionale e antico del Comune di Firenze: un giglio rosso in campo bianco e pare che risalga all’XI secolo e che distinguesse le schiere dei fiorentini che parteciparono alle Crociate. A quell’epoca il giglio era bianco su campo rosso come puoi vedere nel settimo scudo ed era la stessa dei guelfi e ghibellini. Allo scoppio della guerra civile, i guelfi capovolsero i colori creando la bandiera col giglio rosso in campo bianco. I ghibellini mantennero la loro insegna che sparì con loro alla fine del XIII secolo.»
Trovai molto interessante queste spiegazioni così precise, quasi che l’avvocato avesse vissuto di persona queste vicende. Finii il mio caffè e mi disposi a seguire il resto della descrizione.
«Orbene, i colori rosso e bianco furono sempre quelli di Firenze. Il terzo scudo riporta infatti il bianco e il rosso affiancati. Era questa la bandiera del Comune ricavata dall’unione dell’insegna bianca di Fiesole e quella rossa di Fiorenza. Dopo la conquista di Fiesole, i fiorentini vollero unire i due simboli, adottando così per il loro Comune il bianco e il rosso appaiati. Firenze, non lo dimenticare fu uno Stato sovrano, una Repubblica indipendente e orgogliosa. Aveva perciò una sua bandiera di Stato, che però non è stata riportata sul Palazzo della Signoria. Essa aveva una croce bianca su un campo rosso e recava in alto all’asta gli stemmi del Comune e del popolo. Nel famoso quadro di Vasari, “L’assedio di Firenze”, che si trova in Palazzo Vecchio, si vede chiaramente sventolare questo vessillo sulle torri delle mura.» Improvvisamente, un raggio di sole mi colpi dritto negli occhi abbagliandomi e la testa cominciò a girarmi. Chiusi istintivamente le palpebre e, quando le riaprii, nulla era come prima. La piazza e il Palazzo erano sempre lì ma nell’angolo a destra dell”edificio, una grande pira si elevava da terra sulla sommità della quale un uomo con un abito nero ciondolava legato a un palo. Una folla urlante circondava la sinistra catasta e un armigero armato avvicinò a questa una torcia accesa. Il fuoco si propagò con una velocità impressionante. Urlai dal terrore e dalla terribile visione:
«Cosa fa quello, chi è tutta questa gente e chi è quel disgraziato sul rogo?» chiesi con voce rotta all’avvocato. Egli mi guardò severamente, rispondendo:
«Non riconosci il frate ferrarese che dominò Firenze? Egli è Girolamo Savonarola. La città l’ha condannato e adesso paga il fio della sua tirannia.»
Il caldo atroce del fuoco con i raggi impietosi del sole mi dettero un mancamento.
«Su, su. Non è nulla. E’ solo un leggero colpo di sole.» mi disse l’avvocato sorreggendomi e dandomi uno schiaffetto, facendomi ben presto riprendere. Riaprii gli occhi e vidi che la piazza aveva ripreso il suo solito aspetto. I turisti sciamavano cicalando e fotografando mentre i fiaccherai incitavano i cavalli a procedere verso via Calzaiuoli. Il mio accompagnatore ordinò un poco d’acqua fresca al cameriere sopraggiunto nel frattempo. Bevvi avidamente e mi ripresi. Non ebbi il coraggio di chiedere nulla, oramai mi ero abituato a questi strani sbalzi nel tempo. L’avvocato
ridacchiò e mi domandò: «Va tutto bene? Possiamo continuare la nostra conversazione?» Annuii con la testa, sperando che la mattinata finisse presto.
L’amico si risedette e continuò la descrizione degli scudi:
«Ecco il quarto scudo è praticamente una bandiera papale o della chiesa. Firenze guelfa si era schierata apertamente per la politica di papa Bonifacio VIII e ebbe per questo il permesso di issare la bandiera rossa con le chiavi di San Pietro.
Il quinto stemma è azzurro con la parola “LIBERTAS” attraversante in lettere d’oro. Era la bandiera delle libertà repubblicane acquisite nel 1282 dopo la cacciata dei nobili dalla città e l’instaurazione della democrazia.
Il potente partito dei Guelfi ebbe in dono, nel 1265, dal Papa Clemente IV la sesta bandiera che vedete dipinta sul palazzo. Su un campo bianco, un’aquila rossa con un piccolo giglio rosso sulla testa e un drago verde ai suoi piedi. Il pontefice donò il suo stemma personale (senza giglio rosso) alla Signoria perchè Firenze aveva inviato 400 cavalieri in appoggio al re di Francia e di Napoli, Carlo d’Angiò, contro il re di Sicilia, Manfredi, sostenitore del partito ghibellino.
L’ottava bandiera è lo scudo azzurro seminato di gigli d’oro dello stesso re di Napoli Carlo d’Angiò. Egli la concesse alla città quando venne nominato dal Papa podestà di Firenze e vi rimase per ben dieci anni.
Anche re Roberto d’Angiò concesse, nel 1313, la sua arme a Firenze. E’ il nono e ultimo scudo: un campo azzurro seminato di gigli d’oro, partito con strisce rosse e d’oro. I fiorentini riconoscenti, gli affidarono nel 1303 il governo della città.»
L’avvocato tirò il fiato dopo la lunga spiegazione e io, che mi sentivo meglio, pensai che l’incontro fosse finito. Mi alzai, chiamai il cameriere e pagai i due caffè.
L’avvocato, indicandomi il Palazzo, mi invitò a seguirlo.
Entrammo dall’entrata principale, attraversammo due cortili e al terzo prendemmo l’ascensore per l’ultimo piano. Giunti che fummo in cima, mi fece cenno di seguirlo.
Passammo varie stanze ingombre di scrivanie sulle quali gli impiegati lavoravano alle loro mansioni senza dare adito a vederci. Infine sbucammo in uno stretto corridoio e, attraversatolo, ci trovammo in un altro ufficio. Alla nostra sinistra, troneggiava un enorme scudo con l’insegna del giglio rosso di Firenze.
«Ecco caro amico, questo che vedi è lo stesso stemma che hai potuto ammirare dalla piazza. Proseguendo attraverso altre stanze, troverai tutti gli stemmi speculari a quelli della facciata. Questa è l’ultima cosa che ti mostro. Spero che ti sia piaciuta come le precedenti a cui hai assistito. Ora torniamo al Palagio di Parte Guelfa dal quale siamo partiti. Io tornerò da dove sono venuto,» Le sue parole sibilline mi incuriosirono ma lo seguii senza fiatare.
Giungemmo al portone dietro il quale si trovava la botola di legno dalla quale tutta questa avventura era iniziata. L’avvocato alzò la botola e si girò verso di me, mi sorrise e mi ammonì: «il nostro incontro finisce qui e non tenti di segurmi, sarebbe una fatica inutile. Faccia tesoro delle cose che ha imparato e, se crede, le metta per iscritto. Addio!» detto questo, scese le scalette e sparì dalla mia vista nel buio.
Rimasi così, imbambolato, a guardare la botola che si era richiusa dietro di lui fino a che un forte colpo sulla spalla mi riportò alla realtà. Qualcuno aveva aperto il portone, ignorando che dietro c’ero io.
«Oh, mi scusi, mi scusi tanto, esclamò una bella ragazza dai capelli biondi, si è fatto male? Venga su con me. Sono la segretaria del Giudice di Pace.»
«No, no, non è nulla! Adesso devo andare…grazie. Ma, mi scusi una domanda. Questa botola dove porta?» La ragazza sorrise e fece spallucce: «Ma, non saprei. Sono cinque anni che lavoro qui e non l’avevo mai notata.»
Le sorrisi e la salutai: «Grazie ancora. Buona giornata e buon lavoro a lei.»
Uscii e mi diressi pensieroso verso casa.

 

Se volete conoscere meglio questo autore vi lasciamo le trame di alcune sue opere:

Ramesse XI

Una trama che parte da un’allegra e piacevole gita di una famiglia fiorentina nel 2012, anno burrascoso delle primavere arabe, e giunge a un’oscura, sanguinosa congiura nell’Egitto faraonico del 1077 a.C. che coinvolse Ramesse XI, ultimo sovrano della XX Dinastia. Il viaggio, iniziato sotto i migliori auspici, verrà stravolto dalla rivoluzione, separando i suoi componenti e proiettandoli in un vortice di avventure nelle quali quasi ogni giorno rischieranno la vita. Assisterete a incredibili scontri, a panorami mozzafiato e a un apocalittico finale.

 

 

 

L’orologio della Torre Antica. Storia di streghe, di morte e d’amore

L’esistenza di Mario e Chiara, prima due bambini, poi due giovani innamorati, è travolta da un’incredibile e sconvolgente avventura, le cui cause risalgono a molto tempo prima della loro nascita, anzi a molti secoli fa, in quell’oscuro periodo conosciuto come Basso Medioevo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Selina l’ultima strega

Nel XIV secolo Vivilla, anziana proprietaria di un’azienda tessile fiorentina, adotta come sua pupilla Selina, figlia diciottenne del conte Enrico di Torrebruna, insegnandole l’arte della magia e degli incantesimi. Durante l’infuriare del conflitto tra gli imperiali e le città guelfe, con l’aiuto di Belial suo demone protettore, Vivilla tenterà di salvare da una mortale minaccia i popoli della Terra e non solo. Intanto, in un lontano futuro, nel 2050, il DUMT, un’organizzazione criminale mira con la violenza a impossessarsi di un oggetto dallo smisurato potere che darebbe ad Atabey, il suo capo, il dominio oltre che su tutta la Terra anche su un pianeta gemello di un altro Universo. Cinque coraggiosi scienziati, a rischio della vita, cercheranno di contrastarla, andando incontro a una serie di disavventure in tre continenti.

 

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